I dolori della giovane libraia

domenica 12 agosto 2018

Candida I dolori della giovane libraia come miglior sito letterario ai Macchianera Awards 2018!

Mentre mi rotolavo in spiaggia e cercavo lanterne da giardino per l'unione civile su internet, mi è venuto in mente di non aver ancora adeguatamente vessato i lettori del blog affinché votino I dolori della giovane libraia come miglior sito letterario ai Macchianera Awards di quest'anno.

 Come fare?

 Andare al link:


Inserire l'url de I dolori della giovane libraia nella sezione "miglior sito letterario":
 http://idoloridellagiovanelibraia.blogspot.it

 Votare almeno 8 categorie affinché il voto sia valido.

Incassare i miei ringraziamenti.

 Il tutto entro il 25 agosto!











sabato 4 agosto 2018

"La libreria in estate" le accaldate cartoline dalla libreria summer edition tra bagni, sepolti in casa e diritti.

Ed ecco a voi la serie di cartoline dalla libreria summer edition che volevo fare da almeno un mese e mezzo!!
 Potrebbe esserci la seconda parte, intanto godetevi questa prima infornata!

 "La libreria in estate", le accaldate cartoline dalla libreria!







giovedì 2 agosto 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Scandalo".

Ed ecco a voi, a surprise, una nuova vignetta!

 Prestissimo vedrete su questi schermi "Le cartoline dalla libreria-summer edition"!

Spesso si viene in libreria con la convinzione che esistano testi su TUTTO, galvanizzati dal fatto di averli magari visti su internet. Giustissimo, peccato che spesso ciò che si ricerca è solo per il mercato estero, è fuori commercio da tremilamilioni di anni o è pubblicato da case editrici che portano i libri solo ai librai nel raggio di 30 km perché oltre gli costa troppo.

 Tentar non nuoce comunque eh! Però, come vedrete dalla vignetta, alcune richieste sono peculiar.

 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Scandalo"!


mercoledì 1 agosto 2018

I tenebrosi e fumettosi consigli (più o meno) per l'estate 2018! "L'attrazione" di Lucas Harari, "Utsubora" Nakamura e "Profondo nero" di Dario Argento ft Dylan Dog.

 Eh lo so, sono sparita, so anche che l'estate è alle porte e non ho ancora finito i consigli.

 Mettiamola così, visto che passerò le mie ferie a confezionare bomboniere e segnaposto, al contrario degli scorsi anni, il blog non sparirà da questi schermi, ma continuerà a funzionare a intermittenza e penso e spero con vari fumetti!

 Considerate che non sono ancora riuscita a mettere piede in biblioteca per saccheggiare la sezione dei gialli da ombrellone.

 In ogni caso eccovi tre consigli estivi legati da varie cose: sono tutti e tre fumetti, sono tutti e tre a tema noir/horror e sono tutte e tre novità!

 Sì, magari non leggete fumetti, ma credetemi, almeno il primo potrebbe comunque essere nelle vostre corde!


 Buona lettura recensoria!



UTSUBORA di Nakamura Asumiko ed. Coconino press:


 E' bellissima e molto particolare questa graphic, purtroppo divisa in due parti (la seconda uscirà in autunno) che dà la curiosa sensazione di essere più adatta alla forma romanzo che fumetto.


 La storia parte dalla morte di una giovane e bellissima aspirante scrittrice, Aki, che si sarebbe gettata dal palazzo senza senza una comprensibile motivazione.


  Il suo appartamento non svela niente, anzi, sembra quasi che fosse lì solo di passaggio e nessuno sa niente di lei.

 Tra i numeri da chiamare in caso di emergenza ce ne sono due: quello della sua gemella Miki e del famoso romanziere Jun.

 All'inizio sembra che l'unico rapporto tra Jun e Aki fosse quello che intercorre tra una fan piuttosto piacente (Jun è single e vive con la nipote) e un romanziere famoso e potente. 

 Pian piano diventa chiaro che la questione aveva intrecci ben più complessi e affonda oscure propaggini nella stesura del nuovo romanzo di Jun: Utsubora.

 Iniziano quindi tre indagini parallele: quella di Jun e di Miki, che a loro volta s'indagano vicendevolmente nel tentativo di capire chi realmente sia l'altro (Miki è davvero la sorella di Aki o è Aki stessa? Jun è realmente innocente in questa storia o c'è la sua mano dietro il suicidio?), quella della polizia che non è convinta si tratti di un suicidio e quella del dipendente della casa editrice che inizia a nutrire seri sospetti su chi sia il vero autore di "Utsubora".

 La storia ha dalla sua dei tratti puliti e sottili, molto onirici e il disegno aiuta nell'atmosfera così rarefatta e inquietante.

 Tuttavia, forse per puro piacere di lettrice, mi sarebbe piaciuto che ad avere l'idea di questa graphic fosse stato un romanziere.


 E' esattamente il genere di storia che amo e che non si trova praticamente mai in giro nel panorama editoriale: un noir sospeso, molto ben sospeso, nel sovrannaturale che però, in genere, alla fine, di sovrannaturale ha solo le atmosfere.


 E dirò la verità il tema del doppio, molto sbandierato, non mi sembra neanche il centro della narrazione che, secondo me, si concentra su un tema molto attuale: quanto conosciamo davvero gli altri?

 Avete presente quell'inquietudine che vi assale quando intervistano parenti e amici di chi è macchiato di un qualche delitto e notate una sincera incredulità?

 Per la serie: possibile che abbia sempre ignorato la vera natura di qualcuno che vedevo tutti i giorni, con cui sono cresciuto, con cui ho condiviso parte della mia vita?

 Ecco, "Utsubora", a mio parere, sembra parlare più che altro di quel grande mistero che sono e rimangono per sempre gli altri.

 Belli i personaggi, anche tutti i comprimari, dalla nipote di Jun ai poliziotti. Nulla sembra lasciato al caso e tutti sembrano pedine poste nel punto esatto di un'invisibile scacchiera.
 Si nota la maestria dell'autore nella totale assenza di sotto trame superflue o dialoghi riempitivo, la  storia che procede spedita verso un punto che però, purtroppo, dovremo aspettare l'autunno per scoprire quale sia.

 Una bella bella bellissima sorpresa. Consigliatissimo anche a chi, generalmente, non ama i fumetti. Credetemi.


L'ATTRAZIONE di Lucas Harari ed. Coconino Press:


 E' molto particolare, molto geometrica questa storia rarefatta e silenziosa che ha un ottimo spunto di partenza e alcune debolezze (peccato) nella trama.

 Tutto parte quando l'alter ego dell'autore, professore di architettura, incontra un suo tesista, Pierre, che non vede da un po'. 

 Il ragazzo sembra essersi arenato sulla tesi incentrata su un edificio che lo ossessiona: un albergo svizzero, progettato da Peter Zumthor.

 Pierre è convinto che l'albergo nasconda un segreto, ma non riesce a capire né quale potrebbe essere né il perché di questa peculiare convinzione che lo ha portato ad abbandonare momentaneamente gli studi, convinto che dietro questa inquietudine si nascondesse qualcosa di poco sano.

 Ovviamente, come in tutti i thriller psicologici che si rispettino, Pierre dismette il buonsenso e si mette in viaggio, arrivando in questo paesello perso sulle montagne, tra la neve e il silenzio.

 Nell'albergo, dove si trovano delle lussuose terme, incontra un famoso architetto che di dimostra, di colpo, interessatissimo alle sue ricerche pretendendo i suoi appunti e arrivando ad aggredirlo.

 Anche lui è ossessionato dal segreto dell'albergo, ma al contrario di Pierre, che oscuramente sente di avere una pista, non riesce a capire dove debba iniziare a cercare.

  La storia, che scorre esattamente come un film, tanto che potrebbe sembrare uno storyboard preparatorio, riesce a comunicare quel senso di isolamento che i luoghi un po' fuori dal mondo sanno dare.

 Sì, c'è tanta gente, sì, c'è un paese con abitanti che lo prendono in simpatia, sì, conosce una ragazza, ma è come se Pierre fosse sempre solo e soprattutto lontano da tutti.

 Hai per Pierre continuamente quella stessa ansia che ti prende mentre guardi i film horror e la futura vittima sacrificale rimane sola.

 Sei lì che gli strilli: cretino dovevi andare nel bosco con qualcuno, non dovevi aspettare il misterioso sconosciuto da sola, non devi rimanere sola in casa!

 Solo che Pierre non rimane quasi mai solo, eppure per tutto il tempo è come se lo fosse e avesse scritto in fronte "vittima sacrificale".

 Veniamo alla parte poco convincente: per tenere in piedi un thriller sovrannaturale di un certo rispetto, una cosa bisognerebbe evitare, ossia i cliché.

 Il vecchio che tutti credono pazzo che però conosce la leggenda anche no. Come anche no, l'esplicita rappresentazione del sovrannaturale, anche un macchiettistica e lo stesso segreto beh, si poteva fare di meglio.

 Le cose fanno più paura quando sono solo immaginate e puoi cullarti sul filo del dubbio.

 Grazioso, per appassionati d'architettura e di montagna.


PROFONDO NERO di Dario Argento (per Dylan Dog):


 Lo sapevo bene che Dario Argento non poteva permettersi di intorbidare Dylan Dog con storie particolarmente sconvenienti o particolari morbosi, tuttavia, anche se la storia parte da uno spunto interessante e termina in un mondo molto Darioargentoso, il tutto è davvero troppo troppo floscio.

La storia comiuncia quando Dylan, per vari motivi, si trova casualmente ad una mostra di foto BDSM. E' un torbido mondo nel quale, a quanto pare, Dylan, nonostante le sue innumerevoli conquiste non ha mai bivaccato.

 Rimane conturbato dalle foto di una particolare modella alla quale lo legano sogni a base di frustini così inizia a cercarla per scoprire che ella è sparita da qualche giorno.

 Quando viene ritrovata cadavere, inizia la sua ricerca (e qui, devo dire, c'è proprio la caduta di stile che immagino volesse essere ironica, ma anche no) di un mysterioso mr. Grey.

 Allora, le atmosfere ci sono. 

 A me non piacciono nelle storie Bonelliane i tratti poco bonelliani, ma Roi praticamente salva quasi da solo capra e cavoli: se non ci fosse lui a rendere tutto evanescente e torbido con abbondante uso d'inchiostri e penombre, il risultato sarebbe stato ben peggiore.

 Il problema è la storia. Cioè, se tu vuoi fare una cosa con BDSM e frustini, sogni erotici di Dylan che mai egli si sarebbe aspettato nella sua purezza di partorire, se vuoi infilarci storie strane del passato e via discorrendo, tutto ok, ma calca la mano.

 Altrimenti sembra tutto un vorrei ma non posso.

 E' come leggere Dario Argento col freno a mano tirato, una versione ripulita diciamo: senza ansia, senza particolari splatter, senza neanche quell'erotismo torbido che nei gialli all'italiana andava "punito" e che effettivamente viene punito anche qui, ma senza quel senso del peccato che in realtà, diamocela tutta, compiremmo anche noi.

 E' tutto molto superficiale e non appassiona mai. Molto deludente.

  Non credo che i lettori di Dylan siano delle educande perciò: perché?

 Se chiami Dario Argento si suppone che oltre al nome vuoi anche altro, quindi la domanda è: è Dario che si è contenuto o gli hanno detto "guarda datti una regolata"? E ha senso darsi una regolata? Mah.

martedì 24 luglio 2018

Piccole recensioni tra amici! Lou Lubie, Mademoiselle Caroline e Julie Danchez per due memoir alla francese e l'incomprensibile lugubre Londra queer di Peter Ackroyd

 Nonostante tutto komplottih per farmi leggere il meno possibile, tengo duro e cerco di farlo in tutti i ritagli possibili.

 Vorrei anche fare nuovi fumetti sulla preparazione dell'unione civile, speriamo di riuscirci presto. 

 Anche perché ho tutta una nuova serie di imperdibili avventure da raccontare, una su tutte l'ostinato rifiuto delle sarte dell'atelier di tagliarmi l'abito da sposa alla lunghezza che dico io.
 Non si comprende il motivo, ma esse si rifiutano. Perché??

 Bene, dopo questa non richiesta confessione (scusate, la ferita è fresca, sono andata a fare la prova stamattina), eccovi un piccole recensioni tra amici di libri vari ed eventuali dei mille che sono in coda da una vita e attendono che abbia di nuovo indietro il mio tempo libero.

 Let's go!


LA MIA CICLOTIMIA HA LA CODA ROSSA di Lou Lubie ed. Comicout e LA DIFFERENZA INVISIBILE di Mademoiselle  Caroline e Julie Dachez ed. LSWR:

 Si sa che i francesi nutrono una particolare passione per i memoir, ma mi ha incuriosito questa nuova tendenza del racconto personale della malattia nelle graphic.

 Qualche mese fa ho recensito il libro di Adrien Toulmè "Non è te che aspettavo" sulla nascita della sua seconda figlia affetta da sindrome di down, e nell'arco di poco mi è poi capitato di leggere due graphic novel che hanno moltissimo in comune: "La mia ciclotimia ha la coda rossa" di Lou Lubie e "La differenza invisibile", scritto da Julie Dachez e disegnato da mademoiselle Caroline.

 Le storie sono affrontate in un modo assai simile: entrambe le autrici soffrono di uno specifico disturbo poco conosciuto e impossibile da cogliere se non esplicitamente esternato.
 Per capirci, sia Lou che Julie  devono dirti "Guarda soffro di questa cosa" altrimenti ai nostri occhi sono persone solo un po' strane.

 Ed è sulla percezione dell'altro che le due, in realtà, prendono strade diverse.

 Lou Lubie è una fumettista e scrittrice nonché sviluppatrice di videogiochi che soffre di ciclotimia, una sorta di versione soft del disturbo bipolare che lei ipotizza sia stata peggiorata durante l'adolescenza da uno psichiatra poco capace che l'ha imbottita di farmaci (di cui non nega di avere bisogno eh, ma all'epoca le avevano proprio sbagliato diagnosi).

 Essendo onnipresente nella sua esistenza, Lou le fa prendere la forma di una piccola volpe, ora piccola, ora grande, ora tenera, ora malvagia, una sorta di daimon sempre accanto a lei.

 Lou ci dialoga, ci combatte, riesce ad atterrarla, prova a soffocarla, finisce quasi per soccomberle, ma poi, comprende, deve imparare a conviverci, tentando con alcuni accorgimenti e un po' di farmaci, di mantenerla alla sua naturale grandezza volpacchiottosa: non troppo piccola, non troppo grande.

Julie Dachez soffre invece di una forma lieve di sindrome di Asperger, difficile da diagnosticare e scambiata per semplici fissazioni che lei si rifiuta di superare.

 La storia, al contrario di quella di Lou, è raccontata per interposto personaggio: la protagonista fittizia della vicenda è Marguerite, una giovane impiegata che fatica a stare per troppo tempo in luoghi affollati, non sopporta il rumore, non riesce a mentire alle persone, non comprende i doppi sensi o le frasi idiomatiche, non capisce l'ironia ecc.

 Diciamo che tutto questo non solo non la rende la persona più popolare della terra, ma la affatica in modo terribile.

 Al contrario della prima storia in cui Lou analizza la lotta dentro di sé, Marguerite vive gli altri come una lotta.

Da una parte "l'inferno è dentro di me", dall'altra "l'inferno sono gli altri".

 Perciò se è facile empatizzare con Lou, si fa più fatica ad entrare in sintonia con Marguerite e questo, forse, è in parte un merito della graphic.
 Gli amici e i conoscenti di Marguerite non sono, se non in rari casi, persone orribili, anzi, si comportano esattamente come faremmo noi (il fidanzato è quasi un santo).

 Lo stridio tra questa mancata empatia tra protagonista e lettore paradossalmente riesce a rendere reale e tangibile il divario tra di lei e il resto del mondo.
 Anche noi non la capiamo, anche noi pensiamo esageri, anche noi non riusciamo a riconoscere il suo modo (e la sua necessità) di vivere diverso dal comune sentire che ha pieno diritto di esistere senza essere per forza normalizzato.

 Due graphic molto interessanti per chi ama l'autobiografia e le storie che si concentrano su specifici vissuti personali.
 Non temete, riescono, entrambe ad essere straordinariamente leggere nonostante i temi tosti, senza mai scadere nel banale.


QUEER CITY di Peter Ackroyd ed. SEM:

 Avevo molte aspettative su questa storia LGBT della città di Londra.

 Pensavo, credevo, che la capitale di un grosso regno, traboccante nobili, dandy, storia, stranezze british, humour e swing, avesse in sé un potenziale rivoluzionario che noialtri, nell'Europa del sud ci sogniamo.

 Invece l'autore fa un ritratto sin troppo disincantato della capitale europea più carica d'immaginario (assieme a Parigi) di tutte.

 Tutto è così sottotono che pare quasi stia parlando di Brembate di sopra (con tutto il rispetto) e, va bene che la comunità lgbt se l'è sempre vista brutta in ogni dove, ma rimarcare il lato oscuro rispetto a quello luminoso della nostra storia non è che sia il massimo.

 Intendiamoci, non bisogna tacere la storia, orribile, di continue pressanti, ossessive persecuzioni che gli omosessuali hanno subito nella storia, ma è un peccato non parlare con altrettanta forza e convinzione di quello che è stato il maggior pregio di questa specifica minoranza: la volontà di splendere a tutti i costi.

 Dov'è l'arte? Dov'è l'eccesso fatto per gridare al mondo "ehi, comunque si esiste anche noi!"?

Dove sono le rocambolesche storie di sopravvivenza creativa? Dove la forza della battaglia per rimanere ostinatamente visibili, nonostante tutto, a questo mondo?

 E' un ritratto ingiustificatamente triste quello che Ackroyd fa di Londra stessa, declassata a città perennemente bigotta e in balia di reali ed ecclesiastici dediti in realtà a sordide sortite (detta così pare quasi una cosa che si poteva rendere in modo accattivante, ma non preoccupatevi, non succede).

 Persino gli anni '60 vengono descritti in modo lugubre che sarebbe da dirgli, "Guarda Peter se ti sembrava oppressiva Londra magari un giro dalle parti nostre per farti un'idea di quello che c'era fuori."

 Il maggior pregio di questo saggio stranamente bigio e plumbeo, senza nessuna brace a covare sotto la cenere, è lo spazio dato alla storia della comunità lesbica.

 Solitamente gli autori, specialmente se gay maschi (bisogna dirlo), evitano accuratamente di parlare dell'altra metà del cielo gay e quando trattano la storia dell'omosessualità si concentrano esclusivamente su quella maschile.

 E' vero che, pur condividendo lo stesso destino, le due comunità hanno avuto storie molto diverse, ma è anche vero che, almeno a mio parere, c'è sempre stata, in questa omissione, una buona dose di misoginia.

 "Queer city" non si dimentica delle lesbiche e racconta molti episodi, tra i quali i famosi matrimoni "finti" nei quali una delle due, per poter contrarre l'unione, si fingeva un uomo. Erano episodi sporadici, ma non così tanti, visto che ne abbiamo cronache documentate anche in Italia (uscì un saggio, "Storia di Caterina che per - si vestì da uomo" molto interessante in proposito).

 Un peccato. Era uno di quei casi in cui da un saggio mi aspettavo, assieme alla storia, uno spirito, invece stranamente, incomprensibilmente soffocato fino al mutismo.

domenica 22 luglio 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Ricerche".

Ed ecco a voi una scena che in realtà avviene abbastanza spesso in libreria.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Ricerche"!


  Per quanto nel mondo dei telefonini sembri impossibile perdersi figli, nipoti, consorti e congiunti vari, in realtà ciò avviene abbastanza spesso e i librai diventano simpatici inviati di "Chi l'ha visto?", costretti, di tanto in tanto, a ricorrere al mezzo supremo: il vivavoce.

 Armati di microfono si richiamano al punto informazioni pargoli, nonni e via discorrendo (raramente poi sappiamo come va a finire, ma confidiamo nel bene).

venerdì 20 luglio 2018

L'insostenibile minuzia della giallistica giapponese.Da Keigo Higashino a "Tokyo express" siamo noi a tradurre solo i gialli nipponici più noiosi della storia o li scrivono proprio così?

 Chiunque abbia dai 35 ai 25 anni non può non aver mai visto una puntata di detective Conan.

 Oddio, probabilmente non lo ha visto chiunque non seguisse i cartoni animati, ma il punto è che i giapponesi erano riusciti a produrre e rendere interessante anche un fumetto su contortissime indagini condotte da un ragazzetto, ridotto da non ricordo quale magheggio, nel corpo di un bimbo di otto anni.

 A parte l'inquietante rapporto con la sua fidanzata rimasta adulta che dava brividi di orrore a tratti, era anche interessante, tuttavia non lo si seguiva con lo stesso trasporto della signora in giallo.

  Lì, se diventavi uno spettatore assiduo e capivi il meccanismo, riuscivi pian piano a scoprire l'attimo in cui l'assassino si tradiva e potevi smascherarlo.

 In detective Conan questo era impossibile.

 Tale era la minuzia del dettaglio che tradiva l'assassino da rendere non solo impossibile riuscire a scoprire l'assassino, ma anche seguire decentemente l'indagine.

 Ho sempre pensato che questo eccessivo attaccamento ai particolari che umanamente sfuggirebbero anche al più consumato dei detective fosse legato a una certa incapacità del mangaka di intessere una trama con reali colpi di scena.

 E invece.

 Qualche anno fa comprai tutta contenta un giallo di Keigo Higashino, uno dei pochissimi giallisti nipponici tradotti in italiano.

 Si trattava di "L'impeccabile" uno di quei gialli della "camera chiusa" che a quanto sembra piacciono molto ai nipponici.

 La storia raccontava l'omicidio di un uomo di affari trovato morto avvelenato in casa sua. Nessuna traccia di effrazione, nessuna impronta, nessuna traccia in generale.
 Sua moglie, una bella insegnante di cucito patchwork (peraltro ho trovato lo stesso curioso mestiere in un manga, si vede che in Giappone è una cosa diffusa), era a km di distanza al momento del delitto, tuttavia l'ispettore Kusanagi la vede è SA che l'assassina è lei.

 Non è che ha esitazioni oppure ha un vero motivo per sospettare di lei, no, lui lo SA. E passa conseguentemente tutto il libro a cercare la prova che la incastri.

 Una noia discretamente mortale perché le indagini si arrovellano su minuzie che nella realtà sarebbe impossibile notare, un accanimento senza senso che non lascia mai spazio al dubbio e, ricordo, un finale talmente forzato da essere fantascientifico.

 Pensai di aver beccato il libro sbagliato.


Ci riprovai un anno dopo con un altro libro di Keigo Higashino "Il sospettato X" nel quale sempre l'ispettore Kusanagi indaga sulla morte di un uomo violento che minacciava ex moglie (una sorta di entreneuse avvenente) e la figlia adolescente.

 Anche qui. Non c'è nessun ragionevole motivo, nessun indizio, niente di niente per dubitare dell'innocenza delle due donne e invece Kusanagi SA che sono colpevoli e passa un libro intero a perseguitarle in tante e tali forme che più che un giallo sembra un romanzo sullo stalking.

 Pensai fosse un problema di Keigo Higashino e invece mi è poi capitato di leggere un suo particolarissimo romanzo, non giallo, "La seconda vita di Naoko" nel quale, dopo un incidente mortale, la mente della madre finiva per entrare nel corpo della figlia.

 Un romanzo splendido, delicato e con quel pizzico di morboso che solo i giapponesi sanno dare (ma in mano a un occidentale, col senso di colpa epico che ci ritroviamo, un libro del genere sarebbe finito in tragedia ve lo assicuro).

  Come poteva Higashino aver scritto un libro tanto bello e dei gialli tanto pallosi?

 Il dubbio che qualcosa in generale non tornasse nella giallistica giapponese prese definitivamente piede quando decisi di dedicarmi a "L'uomo che voleva uccidermi" di Yoshida Shuichi in cui una ragazza muore dopo un'uscita serale.
 Ho retto un centinaio di pagine prima di arenarmi definitivamente nella noia marasmatica delle minuzie.

Evidentemente sono un essere cocciuto perché, quando è uscito "Tokyo express"  un classico del giallo nipponico, a quanto sembra amatissimo in patria, ho deciso di dargli una possibilità.

 E lì ho capito che quello dei giallisti giapponesi è proprio un perverso modus operandi.

  Nel libro due giovani, un ragazzo e una ragazza, vengono trovati morti su una spiaggia. Visto che, a quanto sembra, in Giappone il suicidio di coppia non è poi così raro, la questione viene subito derubricata come tale e si va oltre.
 Lui, Sayama, è un funzionario coinvolto in uno scandalo di corruzione lei, Otoki, un'entreneuse (un'altra, sì) che è probabilmente la sua amante anche se nessuno ne ha mai saputo niente.

 L'inizio, devo dire, è molto intrigante perché c'è un uomo d'affari che per motivi oscuri chiede a due colleghe della ragazza di cenare con lui per poi pregarle di accompagnarlo alla stazione del treno.
 Le due, un po' stupite, accettano per poi scorgere qualche binario più giù la loro collega Otoki salire in treno con Sayama.

 Ecco, l'inizio parte davvero bene e continua per un po' per poi schiantarsi sulle rive del piattume (anche se comunque di livello estremamente superiore ai soporiferi gialli di Higashino) quando l'investigatore di turno si fissa su un colpevole e va oltre ogni ragionevole incrocio d'indizi per provare la sua intuizione.

 Devo dire che almeno qui una base per sospettare dell'assassino c'è, ma è il contorto incrociare continuamente orari di treni e aerei che a un certo punto rende quasi più interessante una ricerca di offerte per l'alta velocità su Trenitalia.

 Questa attenzione ossessiva dei gialli nipponici per i dettagli che rende la narrazione difficoltosa, piatta e noiosa mi è ulteriormente incomprensibile alla luce del fatto che altri libri "non di genere" presentano invece una sorta d'investigazione all'occidentale.

 Rileggendo dopo anni "The ring" l'horror dal quale venne tratto il celebre film (bello il film, molto più bello e particolare il libro) mi sono resa conto che lì si tratta di un giallo in piena regola. Un giallo all'italiana in salsa giapponese.

 Il giornalista protagonista deve scoprire chi ha fatto il video e perché prima che scadano sette giorni o morirà.
 Conduce quindi un'indagine al cardiopalma che procede effettivamente per indizi e non per dettagli oggettivamente impercettibili e senza che fino all'ultimo ne conosca i risvolti.

 Si apre quindi una domanda a cui forse sapranno rispondermi gli appassionati di narrativa giapponese (che magari hanno anche la fortuna di leggere in lingua originale): è il canone della giallistica giapponese ad essere fissato su regole palloserrime agli occhi di noi occidentali oppure, per perversi motivi, vengono tradotti solo gialli di tal fatta?

 Agli esperti di narrativa giapponese l'ardua sentenza.
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