Importanza teologica e storica dei concili dell’era moderna. Circa il binomio inscindibile primato-collegialità (sinodalità)

Rassegna stampa formazione e catechesi

Importanza teologica e storica dei concili dell’era moderna. Circa il binomio inscindibile primato-collegialità (sinodalità)

I PAPI DEI CONCILI DELLERA MODERNARiceviamo dall'amico S. Ecc. za Mons. Agostino Marchetto e volentieri rilanciamo

Mercoledì 16 maggio alle ore 18.00 nella sede dei Musei Capitolini a Roma, è stata inaugurata - in onore di Paolo VI, in vista della sua prossima canonizzazione - la Mostra "I Papi dei Concili dell'era  moderna. Arte, Storia, Religiosità e Cultura". In antecedenza, alle ore 13, ha avuto luogo la cerimonia pre-inaugurale alla presenza del Sig. Cardinale Segretario d Stato Pietro Parolin.

Organizzata dal Centro Europeo per il Turismo e la Cultura, la Mostra è stata curata dall'Archivista e Bibliotecario di S. R. C. arcivescovo Jean-Louis Bruguès e dall'arcivescovo Agostino Marchetto, Nunzio Apostolico. Di autoria di quest'ultimo si propone qui il testo di una presentazione storica e teologica di detti Concili e Papi, che è pubblicata nel Catalogo della Mostra.


Importanza teologica e storica dei concili dell’era moderna.
Circa il binomio inscindibile primato-collegialità (sinodalità)

Agostino Marchetto

Nell’introduzione alla sua Storia dei Papi da Pietro a Giovanni Paolo II 1, il noto medievista tedesco H. Fuhrmann, Presidente, a suo tempo, di Monumenta Germaniae Historica, si domanda cosa è “questo papato, che sembra agli uni un modello di sapienza politica degno di imitazione, agli altri l’incarnazione di una missione divina”. Ed egli dà una sua risposta, nella prima parte, sul papato come istituzione, e poi, nella seconda, sulle persone, sulle figure dei pontefici più eminenti, perché “una storia del papato è al tempo stesso una storia dei papi”2. Così scrivevo all’inizio del mio contributo al volume I Papi della speranza. Arte e religiosità nella Roma del ’600 3. Per avvicinarci alla storia dei Vescovi di Roma, tali sono i Papi, nel fuoco dell’obiettivo di questa nostra mostra, varrà forse ricordare ancora quanto scriveva Fuhrmann a proposito di Lutero, che causò l’uragano precedente l’epoca da noi scelta, nel 2014, per illustrare il papato da Gregorio XIII a Clemente IX e da ciò il titolo: “I papi della speranza”. Dopo lo sconquasso che giunge all’inimmaginabile terribile sacco di Roma – esso riduce la sua popolazione a 32000 anime, mentre al tempo di Leone la città contava 85.000 abitanti – rinasce lentamente la speranza, quella piccola sorella speranza – come scrive Péguy – che conduce le sue sorelle maggiori, la fede e la carità, in quel mattino pasquale in cui si fecero già nuove tutte le cose in spe. Ecco il testo del Fuhrmann, non cattolico, a proposito di Lutero, in risposta alla domanda se “fu la miopia papale a produrre un evitabile incidente di percorso della storia europea”4: “al di là di tutti i discorsi ecumenici dei nostri giorni, non va dimenticato che il concetto della Chiesa proprio di Lutero, il suo rifiuto della Tradizione, il suo disconoscimento delle decisioni dei concili generali, la sua contestazione del ruolo normativo e di controllo della fede del papato romano, per citare solo qualche punto, erano indiscutibilmente madornali eresie”.

Il concilio di Trento
Con esso, il primo dell’era moderna, inizia un modello di Cattolicesimo appunto tale, più popolare, clericale con una esaltazione della Chiesa romana. E qui consideriamo Paolo III Farnese, il primo tra i Papi dei concili in questione, di Trento e Vaticani, che convoca finalmente il Sinodo ecumenico in parola, rinnova il collegio cardinalizio mediante la nomina di personalità riformatrici, riforma gli ordini religiosi e dà approvazione ai Gesuiti5. Nel collegio dei cardinali entrano senza eccezione uomini religiosi, colti e fautori della riforma della Chiesa come Gasparo Contarini, Giovanni Fisher, Girolamo Aleandro, Gian Pietro Carafa, Jacopo Sadoleto, Marcello Cervini e Giovanni Morone. In tale contesto ricordiamo il memoriale Consilium de emendanda Ecclesia ispirato soprattutto dal Contarini e consegnato al Papa il 9 marzo 1537. Fu il documento più importante della volontà di riforma della Curia. Come radice del male si consideravano gli eccessi raggiunti della teoria papale6. Il 13 dicembre 1545 il Sinodo di riforma poté iniziare nel duomo di Trento. Alla sua guida furono posti tre Legati Pontifici, i cardinali Giovanni del Monte, Marcello Cervini e Reginald Pole. Per mezzo di corrieri essi si mantenevano in contatto con il Papa e ‘controllavano’ il Concilio, con l’impegno di preservarlo da contaminazioni conciliariste. Ma si dovette trasferirlo a Bologna. Per la dimensione artistica del pontificato paolino, in connessione con l’attenzione della nostra mostra, non posso tralasciare di ricordare che Paolo III fu un distinto promotore dell’arte e dell’architettura, prendendo al proprio servizio Michelangelo. Gli si devono in questo periodo gli affreschi del giudizio universale nella Sistina e la conversione di Paolo e la crocifissione di Pietro nella cappella Paolina. Dopo la morte, poi, di Antonio Sangallo, Michelangelo fu anche all’opera per la continuazione della costruzione del Palazzo Farnese e della Basilica di San Pietro. Pur menzionando soltanto, qui, gli altri due Papi conciliari, legati a Trento, cioè Giulio III (Giovanni Maria Ciocchi del Monte) – in precedenza presidente del Sinodo ecumenico tridentino – e Pio IV (Giovanni Angelo Medici di Merignano, zio di Carlo Borromeo), che lo concluse, mi pare siano già presenti alla mente del nostro lettore gli elementi di giudizio che mi spingono a fare una scelta circa il taglio che voglio dare a questo mio intervento. In effetti mi è impossibile materialmente affrontare i vari temi che metterebbero in rilievo globalmente l’importanza teologica e storica dei Concili dell’era moderna, per cui debbo ridurre ai minimi termini ragionevoli il mio impegno illustrando, sul versante della riforma, solo la relazione Papato-Episcopato, meglio “Primato e collegialità o sinodalità” nei Concili Vaticani, oltre che in quello Tridentino. È in fondo la considerazione di quel binomio inscindibile “primato e sinodalità” che nel contesto della riforma, oggi in atto nella chiesa cattolica grazie all’impegno generoso e allo stimolo di Papa Francesco, ha offerto lo spunto e dato origine al mio ultimo libro dal titolo ‘La riforma e le riforme nella Chiesa’. Una risposta7. Costateremo così la continuità della presenza della riforma e del rinnovamento dell’unico soggetto Chiesa, anche nel corso degli ultimi cinque secoli, diciamo, nell’asse portante della comunione gerarchica ecclesiale. E siamo così immersi nell’attualità e al tempo stesso nella storia e nella teologia, grazie alla nostra mostra. A questo proposito non voglio tralasciare di rilevare

L’appello riformatore di Trento
Per esso i due pilastri della Chiesa cattolica riformata sono i Vescovi alla testa delle diocesi e i parroci nelle parrocchie, mentre tutta l’istituzione ecclesiastica è orientata alla prospettiva della salvezza delle anime. In sintesi si può così dire che “il Concilio di Trento è un prodotto della riforma cattolica almeno quanto ne è stata la guida”. Rifacendomi qui ad una importante Lectio magistralis di P. Ghirlanda, S.J., alla fine del suo mandato, rilevo che “nel Concilio di Trento la questione dell’origine e dell’esercizio della potestà dei Vescovi fu trattata in relazione a due temi specifici, quello sulla natura del sacramento dell’Ordine, quindi dell’Episcopato, e quello dell’obbligo di residenza dei Vescovi”. I sostenitori dell’origine immediata da Cristo della “potestas” di pascere vi legavano la possibilità di una vera riforma della Chiesa, perché basata sull’affermazione del diritto divino dell’Episcopato e dell’obbligo di diritto divino di residenza dei Vescovi. L’aver i Padri conciliari alla fine rinunciato ad arrivare ad una decisione circa la questione dell’origine della potestà di giurisdizione, ci fa concludere che comunque il Concilio respinse la posizione che si dovesse affermare l’origine immediata da Cristo di tale loro potestà per arrivare all’affermazione della propria dignità e del dovere di pascere il popolo di Dio. Anche il Papa così non spinse più nel senso della dottrina dell’origine mediata. Dunque, il Concilio poté decidere circa il sacramento dell’Ordine e il dovere di residenza del Vescovo anche senza stabilire l’origine immediata o mediata della sua potestà di giurisdizione. Per l’altra componente del binomio inscindibile primato-episcopato (sinodalità, collegialità), che è il filo rosso che ci interessa, richiamo una parola conclusiva: “La sfida di Lutero alla Chiesa avveniva su due fronti: la dottrina e, appunto, la riforma (fides et mores), però fu presto riconosciuto che i due argomenti erano strettamente collegati, il che portò alla soluzione sensata di occuparsi della dottrina e della riforma in contemporanea. Andò peraltro a finire che il Concilio rivolse i suoi sforzi principali per attuare la riforma dei Vescovi e dei Sacerdoti, con un’attenzione particolare ai primi”. Da notare che a Trento “l’unità nel binomio “primato-collegialità” si rese manifesto pure nella seduta di chiusura, durante la quale tutti i canoni e i decreti votati durante i pontificati di Paolo III, Giulio III e Pio IV vennero riletti e approvati in blocco. L’opera del Concilio tridentino forma dunque un insieme indivisibile … Gli stessi Padri conciliari avevano consegnato tutta la loro opera al Pontefice romano per approvazione e conferma e anche questo si può vedere come espressione dell’anzidetto binomio che sottostà alla trama del presente studio”.

Il Concilio Vaticano I
Un altro Papa legato a un concilio dell’era moderna, il Vaticano I, è il beato Pio IX, Giovanni Maria Mastai Ferretti, di Senigallia8. “Zelo pastorale, spontaneità umana, capacità di contatto ma anche organizzativa e attitudini di comando furono i talenti che fecero di Pio IX un uomo adatto alla più alta carriera ecclesiastica”. In ogni caso aveva una psicologia complessa e vi fu un netto rifiuto, per la missione universale del papato, a prendere parte alla guerra contro l’Austria. “Questa presa di posizione determinò la fine del mito di Pio IX ‘liberale’, ma anche del sogno neoguelfo”. Nel campo strettamente ecclesiale Pio IX ha concepito la riforma in una direzione che non è, ad esempio, quella auspicata dal Rosmini (nei cui confronti però il Papa provò costante simpatia, tanto da salvare le sue tesi filosofiche dalla messa all’Indice). Egli sostenne quindi un processo di centralizzazione ecclesiale e la crescita di un forte legame religioso dei cattolici con il papato. Date memorabili furono durante il suo pontificato la definizione nel 1854 dell’Immacolata Concezione e nel 1867 l’anniversario dei 1800 anni del martirio di Pietro e Paolo a Roma. Pio IX si guadagnò una popolarità e una venerazione quale non fu riservata a nessun pontefice prima di lui, ma è soprattutto il Papa del Concilio Vaticano I del 1869-70 e della definizione dell’infallibilità pontificia.

L’aspetto riformatore del Vaticano I
Non possiamo a questo punto nemmeno tralasciare un riferimento riformistico a tale Concilio, in questa pur breve storia di espressioni di riforma nella Chiesa nel corso del tempo, sempre tenendo presente quel binomio “primato-sinodalità (collegialità)” inscindibile, anche se di fatto avvenimenti bellici (la presa di Roma) impedirono l’esame dei testi preparati per non renderlo sbilanciato. Lo studio, la definizione e la promulgazione del primato di giurisdizione del Vescovo di Roma e della sua infallibilità ex cathedra avevano lasciato in verità un vuoto che fu colmato dal Vaticano II. Esso è stato dunque felicemente riequilibrato, quanto all’Episcopato, finalmente nel secolo scorso. L’interruzione non permise cioè, come ricorda P. Ghirlanda, “di raggiungere l’intento di considerare anche il ministero e la potestà dei Vescovi. Così di essi tratta solo indirettamente, in relazione al primato del Romano Pontefice, la costituzione Pastor aeternus. Volendo il Concilio definire la sua potestà come vere episcopalis, Mons. Zinelli, relatore della Deputazione della Fede, definisce la giurisdizione episcopale in genere come pascere gregem. Ciò che interessava affermare era le non esistenze di un contrasto tra le due giurisdizioni, del Romano Pontefice e del Vescovo diocesano, sugli stessi fedeli di una diocesi, perché quella del Vescovo, ad essa limitata, è subordinata a quella del Romano Pontefice. Tuttavia, i Vescovi tamquam veri pastores assignatos sibi greges singuli singulos pascunt et regunt e la potestà sulla loro diocesi non è diminuita da quella del Romano Pontefice, ma anzi da questi asseratur, roboretur ac vindicetur (DS 3061). Infatti le prerogative dei Vescovi sono di diritto divino, quindi non possono essere soppresse o ignorate dal Romano Pontefice, il cui potere, come dichiarava Mons. Zinelli, non è assoluto, ma limitato dal diritto divino naturale e rivelato, quindi dalla costituzione della Chiesa data da Cristo stesso, dalla dottrina definita e anche dalle leggi ecclesiastiche, sebbene in quest’ultimo caso in modo meno stringente. In tal modo la potestà dei Vescovi non è né eliminata né diminuita dalla potestà primaziale del Romano Pontefice, perché egli interviene solo in peculiaribus adiunctis, quando lo richieda il bene della Chiesa, sia particolare che universale”. Il Concilio, senza interruzione, avrebbe dunque discusso lo schema di una Constitutio secunda de Ecclesia Christi, preparato da J. Kleutgen. In esso la potestà dei Vescovi non era più detta “immediata” proprio per evitare l’equivoco che con questo termine si intendesse che proviene direttamente da Dio. Infatti, in tale schema si affermava espressamente che la potestà dei Vescovi è conferita dal Papa, ma ciò non negava che l’Episcopato sia di istituzione divina e i Vescovi ricevessero una potestà ordinaria e propria.

Il Concilio Vaticano II
Giungiamo ora al Vaticano II, a Papa Giovanni XXIII, che lo convocò, con invito a riprendere in mano i testi conciliari, come base conveniente alla introduzione storica- teologica della mostra. E mi punge vaghezza di chiamare a condurci ad essi pure un Roncalli, Marco, con il suo volume Giovanni XXIII, Angelo Giuseppe Roncalli, Una vita nella storia9, e ciò per aver l’autore intessuto la sua ricerca scientifica con la parola stessa del Papa buono, come si diceva, ripresa soprattutto dai suoi diari. Così abbiamo, in fondo, una biografia roncalliana inserita nel contesto storico, anzi si potrebbe giungere a dire che di autobiografia si tratta. Poiché su colui che veniva “dal caro nido di Sotto il Monte, in cui si faticava per sopravvivere”, la bibliografia è importante, rimando ad essa negli indici degli autori, con relativi richiami in testo alla voce Roncalli A., di due miei volumi, il primo su Il Concilio Ecumenico Vaticano II, con il sottotitolo Contrappunto per la sua storia10 e il secondo Per la sua corretta ermeneutica11, con l’aggiunta de Il ‘Diario’ conciliare di Monsignor Pericle Felici 12 pubblicato per mia cura. Rammento altresì, per i caratteri della spiritualità roncalliana, il ruolo del prozio Zaverio e del parroco don Francesco Rabuzzini, accanto a quello del padre e della madre, con memoria dell’essere il futuro Papa francescano “da tanto tempo” e della società in cui viveva (caratterizzata con scene di tanti emigranti che tentano un’altra vita in una nuova terra promessa dove potersi sfamare e sfuggire la povertà assoluta e la pellagra). Che bello qui quel dire giovanneo “Vengo dall’umiltà. Fui educato a una povertà contenta e benedetta che ha poche esigenze e protegge il fiorire delle virtù più nobili e alte e prepara alle elevate ascensioni della vita”. Fu così per lui. “La pietas era popolare, la pratica religiosa intensa, con una certa armonia tra natura e sopra natura, con fiducia nella provvidenza di Dio”. Però matura in Angelino la coscienza di essere membro della Chiesa universale… che non contraddice il suo diventare poi il papa più “provinciale” dei tempi moderni. Ma il piccolo Roncalli va finalmente a scuola e si distacca dalla famiglia. Iniziano gli studi e si incontra con la figura di Carlo Borromeo, che diverrà una “compagnia” sulle tante scrivanie della sua vita (per i suoi Atti della visita apostolica a Bergamo). Nel 1892 è quindi ammesso in prova, in seminario, “a Bergamo, dove per 7 anni passerà” attraverso esperienze di solitudine e ordinarietà. È lì che nasce il Giornale dell’anima dove appare già un metodo di ricerca della santità e da lì avanza nelle tappe verso il Presbiterato, ben aiutato dall’Imitazione di Cristo, della devotio moderna, che lo porterà poi ad approfondire la Bibbia e i Padri della Chiesa, a privilegiare le fonti dirette della vita ecclesiale. In ogni caso c’è in lui una certa ‘ingordigia’ per lo studio e ‘il culto della pazienza’. Scopre anche per la prima volta Roma e Loreto, ma appare già un’ulteriore novità: va a studiare al Seminario Romano (all’Apollinare). Il lettore si domanderà perché mi sono attardato su questi primi anni della vita del futuro Giovanni XXIII. Penso che potrebbe rispondere lui stesso, conoscendo il dopo. Vi sono qui infatti i principali colori della tavolozza che distingueranno l’intera sua vita, la sua immagine, in un seguito di “oboedientia et pax”, il suo motto. Facciamo, noi, qui un salto che non è mortale, dopo quanto sopra scritto, e rileviamo che dopo undici scrutini, in quattro giorni, il Patriarca di Venezia è Papa e arriva una decisione sua, che in questo caso è sì storica, l’indizione di un concilio che del resto la sua conoscenza della storia portava a considerare “cosa abbastanza normale”. Comunque lo stesso Cardinale Ruffini scrisse di aver sussurrato al Pontefice la sua necessità già al primissimo inizio del Pontificato. Arriviamo, dunque, con l’aggancio al tema di questo mio intervento che mi domanda, prima della trattazione “primato e sinodalità”, binomio inscindibile che abbiamo indicato come filo rosso del nostro dire, di presentare – lo abbiamo fatto con Roncalli – l’altro Papa del Concilio Vaticano II, colui che felicemente lo concluse, portando i Padri sinodali all’accettazione, si può dire unanime, dei testi approvati, dopo che essi ne fecero “un martire” del Magno Sinodo (la definizione è del Cardinale König). Intendo il beato Paolo VI, in procinto di essere quest’anno canonizzato, Giovanni Battista Montini. Potrei scegliere qui di far accompagnare i nostri lettori a scoprirlo un noto giornalista, ma con i baffi dello storico e un po’ pure del teologo, Andrea Tornielli, autore del volume Paolo VI. L’audacia di un Papa13. Per la presentazione della ricca bibliografia di Papa Montini, attraverso il filtro della mia analisi, vedasi invece la voce ‘Paolo VI’ da considerare, nell’indice degli autori, dello stesso mio volume con quasi 250 richiami, e in quello del mio Contrappunto per la sua storia, che ne ha più di 200. Preferisco, invece, dare la parola ad uno storico già, prematuramente, passato a miglior vita, Antonio Acerbi. E così decido perché il suo Paolo VI, il papa che baciò la terra è di valore14. In effetti l’opera sua non è uno “schizzo biografico”, come egli afferma umilmente, ma ha l’intenzione di “aiutare a superare la barriera dell’incomprensione”. E questa è la verità: fu incompreso, Paolo VI, nonostante i giravolta di coloro che l’offesero e lo denigrarono, definendolo “affossatore del Concilio” e che ora cambiano musica ma senza pentimento e confessione riparatrice. La premessa del libro così si chiude: “sforzarsi di cogliere le ragioni di un grande spirito è un gesto di pietas, l’unico che allo storico sia concesso, ed è una via per riconciliarsi con un passato che è così tanto vicino da non permettere sempre la equanimità dei giudizi”. E mi fermo per quanto riguarda questo libro, poiché penso utile richiamare altresì l’ultimo impegno sempre di Antonio Acerbi, apparso in un volume a cura di Gianni Garzaniga dal titolo Giovanni XXIII e il Vaticano II. Atti degli Incontri svoltisi presso il Seminario vescovile di Bergamo (1998-2001), la cui lettura fu per me una gradita sorpresa per il modo in cui l’Acerbi trattava della “svolta” conciliare, poiché l’idea di svolta suppone continuità e rottura (per noi però non certo rottura, che invece ci sarebbe se la svolta fosse ad U). Una strada che fa una curva è ancora la stessa strada… ma si cambia direzione, non si va però all’inverso. Quindi nel termine ‘svolta’ noi abbiamo, in un certo senso, il rifiuto di un’immagine del Vaticano II come ‘puro inizio’. La mia sorpresa fu causata, cioè, da una critica finalmente chiara e diretta all’interpretazione del Prof. Alberigo, della “Scuola” di Bologna per il quale invece dominante è l’idea del “puro inizio”. Acerbi così continua: “Qualcuno di voi avrà avuto per le mani i primi volumi della sua Storia del Vaticano II e avrà notato una cosa stupefacente, cioè che essa comincia con la decisione del Papa di fare il concilio”. E a questo punto l’Acerbi fa il paragone con la magistrale Storia del Concilio Tridentino dello Jedin, che invece dedica il primo libro (“ed è il più bello”) proprio alla preparazione del Concilio. Ora Alberigo, suo allievo, è troppo avveduto perché si possa pensare – prosegue Acerbi – che si sia dimenticato di fare i cento anni dal Vaticano I al Vaticano II… Evidentemente è una scelta metodologica [noi invece l’abbiamo sempre definita ideologica], che corrisponde proprio a questa idea che la novità assoluta è data dalla personalità di Giovanni XXIII. Ci siamo. “Il criterio dell’Alberigo è in fondo “post tenebras lux”, dopo le tenebre, ecco la luce (cioè Giovanni XXIII). E ancora “deinde tenebrae” (e dopo di lui ancora le tenebre)”. Infatti per tale autore “Paolo VI è quello che ha ridimensionato a tal punto la prospettiva, da tradirla”. Finalmente qualcuno lo accusa apertamente. Non sono dunque più solo ad affermarlo con chiarezza, contro venti e maree, e da ciò la nostra gradita sorpresa. Altre cose interessanti scrive Acerbi nel suo saggio, che vale la pena di leggere, sullo storico, sul teologo, sul filosofo… sul concilio (“quando la Chiesa da periferia diventa centro”15), sulla Curia romana (“con normale dialettica istituzionale, ed è fisiologica” e non con “ricostruzione storica stile western”). Continua l’Acerbi: “certe ricostruzioni (storiche) mi danno davvero fastidio: ricostruiscono in bianco e nero… Alberigo è maestro, in questo!”. In ciò ecco il giusto riconoscimento che “la minoranza ha avuto un suo ruolo indispensabile, e non necessariamente negativo”16. Dopo aver ventilato, come ipotesi, che per Giovanni XXIII l’idea di un “non governo” era “sostenuta da un’altissima concezione spirituale”17, Acerbi conclude: “ciò lo differenziò da Paolo VI e anche in questo caso avvenne quanto capita nel confronto tra Pio X e Benedetto XV”. Non si può peraltro dire semplicemente – come fa l’Acerbi – che “sulla costituzione iniziale del nucleo dei documenti [preparatori] Giovanni non intervenne”. E veniamo alla riforma-rinnovamento frutto del Concilio Vaticano II, in gestazione oggi, per volontà fattiva di Papa Francesco, tenendo presente quanto qui riferito in precedenza del binomio oggetto del nostro particolare interesse storico-teologico.

Riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa al Vaticano II
A tale riguardo rimando fondamentalmente alla mia pubblicazione dello scorso anno, cioè “La riforma e le riforme nella Chiesa”. Una risposta 18, il cui titolo già richiama una precedente opera a cui appunto faccio un commento critico partendo da un apprezzamento, il seguente: “Al termine di una lettura attenta del grosso volume (di 615 pagine) La riforma e le riforme nella Chiesa della Ed. Queriniana, Brescia 2016, curato da Antonio Spadaro e Carlos María Galli (edd.), ci si troverà arricchiti poiché gli Autori che hanno partecipato a tale joint venture molto spesso prendono occasione dal loro intervento per farci conoscere tante cose interessanti e belle, pur partendo dallo stesso tema della riforma”. Essi peraltro, situandosi tutti, o quasi, in una linea unidimensionale di riforma, con sottolineatura della sinodalità-collegialità, non tengono molto presente e non sviluppano l’altro polo del fondamentale binomio primato-sinodalità, cioè il primato, che nel suo aspetto conciliare ha costituito uno dei centri vitali e specifici di attenzione del Concilio Ecumenico Vaticano II, a me particolarmente caro e oggetto del mio lavoro di studioso da almeno 30 anni, certo in equilibrio con la collegialità, in linea peraltro con la sua ermeneutica corretta espressa finalmente da Benedetto XVI, ma in comunione di pensiero al riguardo dei due Papi conciliari e di quelli post, anche di Papa Francesco, cioè “non di rottura nella discontinuità, ma di riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”. Qui tocchiamo, direi, il punto nevralgico del binomio primato-sinodalità (e anche collegialità, naturalmente) con il suo procedere nel tempo poiché lo sviluppo dogmatico nella Chiesa dev’essere organico e omogeneo per potersi accettare, certamente nella dottrina e aggiungerei mutatis mutandis anche nella prassi, nella vita. Invece la parola che primeggia nel libro a cui facciamo riferimento, è “rivoluzione” e ciò mi pare si opponga proprio a uno sviluppo non solo organico (questo si dice una volta) ma omogeneo. Del resto Papa Francesco applica il termine “rivoluzione” all’evento fontale del Cristianesimo, il Signore Gesù e il suo Evangelo. Altrimenti si corre il rischio di precipitare in quel vortice di rottura che cattolico non è. Di fronte al compito ingrato di critica sia pur costruttiva, mi incoraggia propria l’ultima battuta del contributo posto alla fine del volume19, quello dell’Arcivescovo Víctor Manuel Fernández: “Non sempre quando vi è un conflitto nella Chiesa ciò è male, ma talora si tratta delle tensioni proprie che esistono tra persone oneste e sincere, che rispondono alla volontà di Dio portando il proprio contributo a questo mondo. Lo Spirito cerca e diffonde la comunione, ma ciò non esclude una diversità a volte dolorosa e piena di tensioni, e in ogni caso orientata a raggiungere sintesi superiori”. E per questo, poco prima, il Rettore dell’Università di Buenos Aires dichiarava: “Anche la nostra preoccupazione per la riforma ha bisogno di avere uno stile evangelico e uno spirito. In primo luogo deve situarsi all’interno della dinamica dell’autotrascendenza e orientarsi realmente al popolo non basandosi su un autocompiacimento ribelle, ma su una convinzione generosa”. Ciò implica “un’umiltà aperta alla verità, che richiede di saper accogliere altre preoccupazioni legittime, anche quelle dei settori conservatori”20, io direi tradizionali. Ad ogni modo è ben detto. Il mio procedere nell’analisi dell’opera di riferimento è stato, come al solito, quello di presentare alcuni passi per me più significativi degli autori, anche quelli da cui divergo, specialmente per il situarmi – è mia caratteristica – nella storia, ermeneutica e ricezione del Vaticano II. Sono come tre gradini, di cui nessuno può essere saltato. Le grandi linee dell’opera sono le seguenti: Parte Prima: La riforma “missionaria” della Chiesa, Popolo di Dio in cammino, il rinnovamento della Chiesa oggi alla luce del Concilio Vaticano. Parte Seconda: Le lezioni della storia circa la riforma della Chiesa. Parte Terza: La comunione sinodale come chiave del rinnovamento del Popolo di Dio. Parte Quarta: Le riforme delle Chiese particolari e della Chiesa universale. Parte Quinta: L’unità dei cristiani e la riforma della Chiesa. Parte Sesta: Verso una Chiesa più povera, fraterna e inculturata. Parte Settima: Lo Spirito e la spiritualità nella riforma evangelica della Chiesa. Anche solo dai titoli di tali linee di fondo potete costatare che nel grosso volume a cui mi riferisco, e nella mia conseguente critica, la riforma suggerita, voluta, abbraccia tutti i grandi documenti, conciliari e il loro spirito, che è incarnato in questa materia, cioè i testi: materia e spirito vanno insieme. In tale prospettiva ho citato qualche volta, nel mio ultimo libro, il discorso di Papa Francesco ai Padri sinodali, nella loro prima Congregazione generale della III Assemblea generale straordinaria, che è pure una risposta a posizioni emerse nel libro di mio riferimento: “La Chiesa universale e le chiese particolari sono di istituzione divina; le chiese locali così intese sono di istituzione umana… il Sinodo si svolge cum Petro et sub Petro”. “Per essere sincero, vedo invece nei testi degli esperti da me considerati un desiderio diffuso di affievolimento dell’aspetto divino con prevalere dell’umana tendenza oggi. E questo vale anche per la visione dell’episcopato implicito alle posizioni ostili ai Vescovi titolari. Esse sono però contrarie ai testi conciliari poiché uno è costituito membro del corpo episcopale in virtù della consacrazione sacramentale e mediante la comunione gerarchica col Capo del Collegio e con le membra” 21. Nell’ultimo Concilio prevale cioè la visione universale rispetto al legame a una Chiesa particolare, superando l’odierna animosità esacerbata all’Episcopato a servizio dell’universale. In effetti perché si abbia la libera potestà [e non solamente l’ufficio (“munus”)] deve accedere la canonica missione, o giuridica determinazione, da parte dell’autorità gerarchica. E questa determinazione della potestà può consistere nella concessione di un particolare ufficio o nell’assegnazione dei sudditi, ed è concessa secondo le norme approvate dalla suprema autorità. Bisognerebbe qui inserire, ispirandomi per la terza volta alla Lectio magistralis del P. Ghirlanda, il richiamo della dottrina dell’origine non sacramentale della potestà di insegnare e di governare nel contesto collegiale che è la seguente: “Certamente, come l’ufficio di Pietro persevera nella persona del Romano Pontefice, per cui direttamente da Cristo è conferita a questi la plenitudo potestatis del Primato, così persevera l’ufficio del Collegio Apostolico nell’ufficio del Collegio Episcopale, per cui anche al Collegio è conferita direttamente da Cristo la piena e suprema potestà. Tuttavia, per il costituirsi del Collegio come tale, è necessario un atto diretto o indiretto del Romano Pontefice, perché lo formano solo i Vescovi consacrati legittimamente, che così sono nella comunione gerarchica, cioè quelli legittimamente nominati e consacrati con il mandato pontificio, se non è lo stesso Pontefice a consacrarli (cann. 1013; 1382). Si hanno così due soggetti della piena e suprema potestà nella Chiesa, il Romano Pontefice solo [personalmente] e il Collegio Episcopale che [pur] sempre comprende in sé il Romano Pontefice (LG 22b; cann. 331; 333§1; 336), ma inadeguatamente distinti, perché il Papa per agire non ha bisogno del consenso dei Vescovi, mentre il Collegio non può agire senza il consenso del Romano Pontefice, che dall’interno del Collegio stesso manifesta la comunione dei Vescovi con lui e dei Vescovi tra di loro, quindi l’unità di tutto l’episcopato e di tutta la Chiesa (LG 22b; N.E.P. 3; 4; cann. 331; 341)… Il Vescovo che è membro del Collegio perché è nella comunione gerarchica, ipso iure partecipa alla potestà universale di magistero e di governo del Collegio, che non può esercitare personalmente, ma solo insieme a tutti gli altri vescovi negli atti collegiali (can. 337). Conseguentemente riceve l’ufficio di capitalità della Chiesa particolare o qualsiasi altro ufficio, con la potestà particolare a questo annessa (can. 131 §1)”. Ci sia permesso a conclusione di dare un colpo d’ala, citando Raffaello Morghen, e la sua propria difficoltà di risposta alla questione del senso della storia, presente, in modo emblematico, nel seguente passo: “Nella tradizione prendono corpo il senso stesso della storia e l’idea di civiltà nella quale si armonizzano le esperienze di vita consolidata nel tempo, le modificazioni genetiche del gusto e della sensibilità, le attività mentali e le istanze spirituali dell’uomo, non che le aspettative finali di rinnovamento, di riscatto e di salvezza, che formano il tessuto connettivo delle varie civiltà, nell’incessante processo del divenire umano, sì che la visione della storia oscilla continuamente nel grande alveo della tradizione tra l’idea del ritorno alle origini e le aspettative messianiche, tra ideali di riforma e l’avventura della rivoluzione, tra l’avvicendarsi di stagioni di rinascita e di decadenza, di evoluzioni e di rivoluzioni, di progetto e di crisi. È questo il grande quadro della civiltà umana, quale almeno lo conosciamo da poco più di 5000 anni, durante i quali la continuità della storia si svolge ininterrottamente, nell’incontro, nel confronto e nello scontro, tra le diverse culture dei popoli e la realtà millenaria della rivelazione religiosa giudaico-cristiana, che ha dato alla storia umana il suo essenziale significato teleologico”22. E quel “teleologico” finale mi ricorda che la storia ecclesiastica non è solo ricerca scientifica. Mi si perdonerà altresì se aggiungo un’altra citazione finale di Francesco Arnaldi, padre del medievista Girolamo, da me riscoperto per l’interesse che porto per il IV e V secolo. Su “Le lotte religiose”, riferendosi a Girolamo che rappresenta con Eusebio, la tendenza storico-erudita del pensiero cristiano, l’autore afferma: “Non tentò sintesi grandiose, ma fu il più grande esegeta d’Occidente, e traduttore ed eremita non ebbe che l’unico desiderio di penetrare nel mondo dond’era sorto il Cristo, di conoscere integralmente la vita del Vecchio e Nuovo Testamento, e a quella realtà aderire con tutte le forze del suo spirito. Così dalla controversia trinitaria all’esegesi di Girolamo, è sempre la stessa intensità di vita religiosa, e nella concorde discordia dei vari atteggiamenti, s’afferma il potente equilibrio della Chiesa”23, equilibrio che ammiro sempre e di nuovo.

1 Bari 1992, p. 6.

2 Ivi.

3 Roma 2014, p. 17.

4 Storia dei Papi… 1992, p. 103.

5 E. Iserloh, Storia dei Papi… 1992, p. 451.

6 cfr. H. Jedin, Il Concilio di Trento, I, p. 339.

7 Città del Vaticano 2017.

8 K. Schatz, Storia dei Papi… 1992, pp. 604-628; i volumi di G. Martina, appunto su Pio IX; M. Maccarrone, Il Concilio Vaticano I e il giornale di Mons. Arrigoni; R. Aubert, Vatican I, e
A. Marchetto, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia, pp. 32s., 38s., 50s., 267s., 272ss.,322.

9 Assago 2016.

10 Roma 2005.

11 Roma 2012.

12 Roma 2016.

13 Milano 2009. Si veda la mia lunga recensione critica dell’opera sua in Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica, pp. 57-77.

14 Milano 1998. Cfr. lo stesso Contrappunto per la sua storia, pp. 216-222.

15 p. 55.

16 p. 57.

17 Ivi.

18 “La riforma e le riforme nella Chiesa”. Una risposta, Città del Vaticano 2017.

19 La riforma e le riforme nella Chiesa, Brescia 2016, p. 589.

20 p. 588.

21 Cfr. L.G. n. 22, par. 1, in fine.

22 R. Morghen, Per un senso della storia. Storia e storiografia, a cura di G. Braga e P. Vian, Brescia 1983, p. 217.

23 F. Arnaldi, Dopo Costantino. Saggio sulla vita spirituale del IV e V secolo, Pisa 1927, p. 32.

segue PDF
pdfintervento_di_Mons._Marchetto.pdf




I PAPI DEI CONCILI DELL’ERA MODERNA

Arte, storia, religiosità e cultura

pdfComunicato_Stampa_i_PAPI_DEI_CONCILI.pdf
 

Dal 17 maggio al 9 dicembre 2018 ai Musei Capitolini una mostra

per onorare Paolo VI in occasione della sua canonizzazione

 

Roma, 16 Maggio 2018 – In occasione della canonizzazione di Paolo VI, annunciata da Papa Francesco per il prossimo mese di ottobre, dal 17 maggio al 9 dicembre 2018 le sale terrene dei Musei Capitolini ospiteranno la mostra “I Papi dei Concili dell’era moderna. Arte, Storia, Religiosità e Cultura”. Un percorso che si snoda intorno a 30 opere - dipinti, sculture, argenti e tessuti liturgici rari e preziosi – e illustrerà le figure di alcuni tra i pontefici che sono stati protagonisti dei tre concili dell’era moderna, il Concilio di Trento, nel Cinquecento, il Concilio Ecumenico Vaticano I e il Vaticano II, tra Ottocento e Novecento, portatori di importanti novità sia sul fronte teologico-dottrinale, sia sul versante artistico. Dalla seconda metà del Cinquecento al Novecento, si sono susseguiti pontefici, sul soglio di Pietro, che hanno promulgato tre concili, portatori di innovazione e riforme nella vita della Chiesa, facendosi interpreti di un’epoca e anticipando linguaggi.

La mostra, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ideata e organizzata dal Centro Europeo per il Turismo e la Cultura presieduto da Giuseppe Lepore con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura, è a cura di Daniela Porro. Il Comitato Scientifico è presieduto dall’Arcivescovo Bibliotecario di S.R.C. Arcivescovo Jean-Louis Bruguès e si compone di eminenti personalità della cultura e della Chiesa.

La mostra si apre con una panoramica sui protagonisti del Concilio di Trento, a partire da Paolo III Farnese, del quale si potranno ammirare due ritratti, uno di Jacopino del Conte, eseguito nel 1545, e l’altro di Cesare Fratino realizzato a distanza di secoli, nel 1949. Per la prima volta l’uno accanto all’altro, si potrà apprezzare la fortuna iconografica, la fama del pontefice e soprattutto la filiazione delle due opere, in un sinergico scambio di suggestioni.

Per la storia dell’arte, quello di Trento fu un concilio significativo in quanto il documento numero 25 delle costituzioni, redatto dall’acuta mente del cardinale di Bologna Gabriele Paleotti, comprendeva una serie di precise indicazioni rivolte agli artisti, dalle quali era necessario non transigere. In pittura emersero figure di santi e sante martiri che divennero oggetto di catechesi, tra cui santa Apollonia martire raffigurata, tra gli altri, da Federico Barocci, pittore interprete delle direttive conciliari, del quale in mostra si vedrà per la prima volta un inedito dipinto in cui la santa è collocata in un paesaggio e domina la scena a figura intera. Altro pontefice coinvolto nel Concilio di Trento, soprattutto per l’indizione dell’indice dei libri proibiti, fu Marcello II del quale si potrà ammirare un affascinante ritratto in vesti cardinalizie di Jacopino del Conte. Mentre di Giulio III, potremo vedere la bella e rara terracotta colorata proveniente dai depositi di Villa Giulia.

 

Bisognerà attendere tre secoli per giungere all’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano I voluto da Pio IX nel 1869. Questo evento viene ricordato tra l’altro per aver avallato l’infallibilità del Pontefice e, ancor prima, alla vigilia del Concilio lo stesso papa si rese protagonista della promulgazione di un importante dogma, ossia l’Immacolato concepimento di Maria Vergine e Madre. In mostra l’imponente Proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione eseguito nel 1856 da Francesco Podesti, un affascinante dipinto proveniente dalla Pinacoteca Civica di Ancona. Dalla Città del Vaticano, custoditi dall’Ufficio Celebrazioni Liturgiche nella Sacrestia del Pontefice, arrivano due preziosi manufatti come il raffinato Triregno e la Croce processionale con la quale Pio IX aprì il Concilio.

 

Nel 1962 papa Giovanni XXIII, del quale in mostra si potrà rivedere il celebre discorso alla luna e il Volto in bronzo di Giacomo Manzù, dichiarava aperto il Concilio Ecumenico Vaticano II. Questo Concilio vide protagonista un altro papa che verrà canonizzato il prossimo ottobre, Paolo VI, il quale volle chiudere l’evento conciliare con una lettera agli artisti, letta in Cappella Sistina l’8 dicembre 1965 che ascolteremo in filodiffusione grazie alla concessione di Rai Direzione Teche. Dalla Collezione Paolo VI di Concesio a Brescia si potranno ammirare il ritratto a figura intera di Paolo VI in abiti pontificali eseguito da Dina Bellotti e, tra gli altri, la bella scultura in bronzo del pontefice di Enrico Manfrini, sviscerando l’intimo rapporto del pontefice bresciano con l’arte e la liturgia. Mentre dalla Sacrestia del pontefice vedremo la preziosa Mitra con ricami a fili d’oro.

 

Questa mostra, che nasce e si sviluppa nell’ambito di una collaborazione pluriennale tra i Musei Capitolini e il Centro Europeo per il Turismo e la Cultura, sarà un’occasione irripetibile per romani e turisti di rivivere la personalità e la storia di questi grandi Vescovi di Roma, la cui popolarità non è mai venuta meno nel corso dei millenni.

Un percorso espositivo che si snoda tra arte, fede e spiritualità, mettendo in evidenza la bellezza di diversi manufatti d’arte provenienti dalla Città del Vaticano, da vari musei italiani e da collezioni private.

 

 

Per informazioni contattare:

Franco Cavallaro – Ufficio Stampa Centro Europeo per il Turismo e Cultura

Tel: 06/687.64.48 – 06/687.64.97 -  email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - mobile: +39 338/6376149




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