Imparare con la Storia

mercoledì 25 ottobre 2017

Indice delle lezioni


Per facilitare la consultazione del blog, ho predisposto un indice con la data dei vari post:

1 L’origine dell’Universo e la formazione della Terra (luglio 2014) [con video della lezione]
2 La comparsa dell’uomo sulla Terra (luglio 2014) [con video della lezione]
3 La Preistoria (luglio 2014) [con video della lezione]
4 Dalla Preistoria alla Storia (luglio 2014) [con video della lezione]
5 Le civiltà antiche (luglio 2014) [con video sulla Porta di Ishtar a Berlino]
6 Popoli del Vicino Oriente (luglio 2014)
7 Civiltà dell’Asia orientale e dell’America (luglio 2014)
8 L’antica Grecia (luglio 2014)
9 La penisola italiana prima di Roma (luglio 2014)
10 Roma antica (agosto 2014)
11 Economia, società e civiltà a Roma (agosto 2014)
12 Il Cristianesimo (agosto 2014)
13 I popoli germanici e la fine dell’Impero Romano d’Occidente (agosto 2014)
14 L’inizio del Medioevo: un periodo di grandi trasformazioni (agosto 2014) [con mappa concettuale in video]
15 Chiesa cattolica e monachesimo (agosto 2014) [con mappa concettuale in video]
16 L’Impero Bizantino e Giustiniano (settembre 2014)
17 Gli Arabi e l’Islamismo (settembre 2014)
18 Carlo Magno e i suoi successori (settembre 2014)
19 Il feudalesimo (settembre 2014)
20 La società feudale (settembre 2014)
21 Le ultime invasioni (settembre 2014)
22 Il Basso Medioevo: la rinascita delle campagne (settembre 2014)
23 La rinascita delle città (settembre 2014)
24 La società urbana del Basso Medioevo (settembre 2014)
25 Le monarchie nazionali nel Basso Medioevo (settembre 2014)
26 Chiesa e Impero (settembre 2014)
27 I Comuni (settembre 2014)
28 La situazione politica in Italia nel Basso Medioevo (settembre 2014)
29 Le Crociate (settembre 2014)
30 Religiosità e rinnovamento religioso nel Basso Medioevo (settembre 2014)
31 Cultura, lingua, giochi e spettacoli nel Basso Medioevo (settembre 2014)
32 Africa e Asia nel Basso Medioevo: i Mongoli di Gengis Khan (settembre 2014)
33 Il viaggio di Marco Polo (settembre 2014)
34 La peste del 1348 (settembre 2014)
35 La crisi economica del Trecento (settembre 2014)
36 La situazione politica in Europa nel Tardo Medioevo (ottobre 2014)
37 L’Italia delle Signorie (ottobre 2014)
38 Umanesimo e Rinascimento (ottobre 2014)
39 Lo sviluppo scientifico e tecnologico nel Tardo Medioevo (ottobre 2014)
40 La via per le Indie e la scoperta dell’America (ottobre 2014)
41 L’America prima di Colombo (novembre 2014)
42 La conquista dell’America (novembre 2014) [con video della lezione]
43 L’Africa e la tratta dei neri (dicembre 2014) [con video della lezione]
44 Scambi tra Europa, Africa e America (gennaio 2015)
45 L’Asia e l’Europa tra Medioevo e Età moderna (gennaio 2015)
46 Pirati, corsari, bucanieri e filibustieri (gennaio 2015) [con video della lezione]
47 L’economia europea tra ’500 e ’600 (gennaio 2015) [con video della lezione]
48 La popolazione europea all’inizio dell’Età Moderna (gennaio 2015) [con video della lezione]
49 La Riforma protestante (febbraio 2015) [con video della lezione]
50 La Controriforma (marzo 2015) [con video della lezione]
51 L’età dell’intolleranza (aprile 2015)
52 Le grandi potenze europee nel Cinquecento (aprile 2015)
53 Le monarchie assolute (aprile 2015)
54 L’Italia tra ’500 e ’600 (aprile 2015)
55 La rivoluzione scientifica (maggio 2015)
56 La società europea dell’Ancien Régime (giugno 2015) [con video della lezione]
57 L’Illuminismo (giugno 2015)
58 L’Europa nell’Età dei Lumi (giugno 2015) [con video della lezione]
59 La Rivoluzione americana (luglio 2015) [con video della lezione]
60 Il Settecento tra incremento demografico e innovazioni (luglio 2015)
61 La prima rivoluzione industriale: cause e modalità (agosto 2015)
62 La prima rivoluzione industriale: conseguenze (agosto 2015)
63 La rivoluzione francese (agosto 2015)
64 Le riforme della rivoluzione francese (settembre 2015)
65 Napoleone Bonaparte (settembre 2015)
66 La Restaurazione (settembre 2015)
67 I moti rivoluzionari in Europa e in America nella prima metà dell’Ottocento (ottobre 2015)
68 Europa e Nord America nella prima metà dell’Ottocento (ottobre 2015)
69 Il Risorgimento italiano: dalla Restaurazione alla Prima guerra d’indipendenza (ottobre 2015) [con video della lezione]
70 Il Risorgimento italiano: dalla Seconda guerra d’indipendenza alla conquista di Roma (novembre 2015) [con video della lezione]
71 L’Italia dopo l’unità (dicembre 2015)
72 L’Europa di fine Ottocento (gennaio 2016)
73 L’America nel XIX secolo (gennaio 2016)
74 La seconda rivoluzione industriale (febbraio 2016)
75 La società nella seconda metà dell’Ottocento (febbraio 2016)
76 Il colonialismo nel XIX secolo (marzo 2016)
77 Le migrazioni nel XIX secolo (marzo 2016)
78 L’Italia tra Ottocento e Novecento (marzo 2016)
79 La Prima guerra mondiale (marzo 2016)
80 La rivoluzione russa (aprile 2016)
81 Il primo dopoguerra (aprile 2016)
82 Il primo dopoguerra in Italia: dal biennio rosso alla marcia su Roma (aprile 2016)
83 La dittatura fascista (maggio 2016)
84 L’U.R.R.S. e lo stalinismo (maggio 2016)
85 Trionfo e crisi dell'economia di mercato (dicembre 2016)
86 Il nazismo (dicembre 2016)
87 I fascismi in Europa tra le due guerre mondiali (dicembre 2016)
88 La guerra civile in Spagna (aprile 2017)
89 Asia e Africa nella prima metà del ‘900 (aprile 2017)
90 Lo scoppio della Seconda guerra mondiale (maggio 2017)
91 L’Europa sotto il dominio nazifascista (maggio 2017)
92 Dall’antisemitismo all’Olocausto (maggio 2017)
93 La fine della Seconda guerra mondiale (maggio 2017)
94 Le conseguenze della Seconda guerra mondiale – Le foibe (giugno 2017)
95 Il mondo dopo la seconda guerra mondiale (giugno 2017)
96 L’Italia del secondo dopoguerra (giugno 2017)
97 Una premessa alla storia recente (ottobre 2017)
98 La decolonizzazione (ottobre 2017)


Gli approfondimenti compaiono nella barra a destra



98 La decolonizzazione


Con il termine decolonizzazione s’intende l’indipendenza di quegli Stati che nel corso degli ultimi secoli avevano prima subito la penetrazione economica europea nei loro territori e poi erano divenuti (soprattutto nell’Ottocento) colonie, ossia possedimenti veri e propri governati da una madrepatria, per lo più europea: Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Portogallo, Italia.
Fu un fenomeno assai complesso, iniziato dopo la Seconda guerra mondiale e terminato nel 1999, con la restituzione alla Cina di Macao, l’ultimo dominio coloniale portoghese in Asia; un fenomeno che si svolse in maniera diversa nei vari paesi e che, perciò, andrebbe analizzato caso per caso. In questa sede non è possibile farlo; mi limiterò ad alcune caratteristiche generali del fenomeno.
Vediamo anzitutto le tappe dell’indipendenza dei principali territori.


Già prima della Seconda guerra mondiale alcuni popoli sottomessi si erano organizzati per esigere l’indipendenza, prima spinti dalle ideologie nazionaliste, quindi da quelle marxiste; ma solo al termine del secondo conflitto mondiale le condizioni erano favorevoli all’indipendenza. In Asia sud-orientale, in particolare, l’invasione giapponese negli anni della guerra aveva creato un generale sentimento di rifiuto per il ritorno al dominio straniero, sia pure quello dei paesi occidentali. Ma poiché gli Stati europei cercarono di imporre il loro dominio con la forza, le popolazioni sottomesse risposero con guerre di liberazione, come nell’Indocina francese (1945-1954), che provocò 450.000 morti, o in Indonesia, dove Akmed Sukarno, il “padre” della nazione indonesiana, ottenne l’indipendenza dall’Olanda, proclamata nel 1945 ma ottenuta di fatto nel 1949.

Prigionieri di guerra francesi, scortati da guardie vietminh, lasciano la zona di Dien Bien Phu, dove nel 1954 si combatté una battaglia decisiva nella guerra d’Indocina

Dopo la Seconda guerra mondiale, inoltre, sia le due grandi potenze (USA e URSS), sia l’ONU si opponevano al colonialismo, che veniva criticato da molti anche negli Stati europei, sia per motivazioni morali, sia per le difficoltà economiche a mantenere le colonie: lo sviluppo delle colonie richiedeva grandi fondi e poiché questi non c’erano, le colonie erano considerate più che altro un peso economico. Perciò numerose colonie, in Asia e soprattutto in Africa (nel decennio 1956-1966), ottennero l’indipendenza pacificamente, attraverso negoziati, cioè trattative diplomatiche.

L’arco che celebra l’indipendenza del Ghana nella capitale Accra

Soltanto dove la popolazione di origine europea era molto numerosa vi furono ancora guerre di liberazione, perché i coloni si opponevano all’indipendenza: ciò accadde, ad esempio, in Kenya, in Algeria, in Madagascar, nello Zaire, nell’Africa meridionale.
In Kenya si formò il movimento clandestino dei Mau-Mau, guidato da Jomo Kenyatta (della tribù dei Kikuyu) a cui aderirono i leader di altre etnie locali, che attraverso la guerriglia e atti terroristici ostacolò il governo britannico a lungo, fino a che il movimento venne represso nel sangue.

Jomo Kenyatta in una foto del 1963 e nella statua che gli è stata dedicata a Nairobi

L’opposizione dei coloni francesi (e dei partiti di destra) all’indipendenza algerina provocò la lunga guerra d’Algeria (1954-1962). In Madagascar una rivolta viene repressa nel sangue nel 1955.

21 marzo 1962: algerini esultano per l’ottenimento dell’indipendenza

In Sudafrica, in Rhodesia (oggi Zimbabwe) e in Namibia, la minoranza di origine europea mantenne a lungo il potere, per mezzo di una legislazione di segregazione territoriale e razziale, che ebbe nell’apartheid sudafricana l’esempio più conosciuto. Apartheid (che è un termine della lingua afrikaans e significa “separazione”) designa una politica basata sul principio razzista della superiorità dei bianchi; essa riservava a costoro il controllo delle posizioni di potere politico ed economico, mentre la popolazione di colore veniva esclusa dai diritti politici e civili. Inoltre stabiliva la rigida separazione (nei luoghi pubblici, nelle scuole, nei mezzi di trasporto, nelle sale d’attesa, nelle spiagge, ecc.) tra tutte le diverse comunità razziali esistenti; in Sudafrica, in particolare, la separazione avveniva tra il 10% circa dei bianchi, il 75% di neri bantu e le altre comunità, costituite da asiatici e meticci.

Un cartello in 3 lingue annuncia che la spiaggia di Durban (Sudafrica) è riservata solo alle persone di razza bianca (foto del 1989)

La separazione era anche di tipo territoriale: a ciascun gruppo razziale furono assegnate aree ben delimitate; per circolare fuori di esse era necessario un lasciapassare; nelle aree urbane si formarono quartieri ghetto, vere riserve di manodopera proletaria priva di qualsiasi tutela.

Giovani minatori in Sudafrica nel 1988

In Sudafrica il regime di apartheid resistette fino al 1989 (formalmente fino al 1994), quando il presidente F. W. De Klerk fece i primi passi per uscire da una situazione che era ormai internazionalmente condannata: nel 1990 venne scarcerato Nelson Mandela, il leader del partito ANC (African National Congress), condannato alla prigione fin dal 1964.

Nelson Mandela (1918-2013)

Nel decenni della decolonizzazione una data importante è il 1955. In quell’anno a Bandung (in Indonesia) si tenne una Conferenza, di cui furono protagonisti la Cina, l’India, l’Indonesia e l’Egitto. Questi Stati e gli altri 25 che parteciparono alla Conferenza proclamarono la necessità di creare un’unità del mondo afro-asiatico, affinché ogni Paese potesse superare le proprie debolezze, affermare la propria personalità, difendere i propri interessi e non quelli dei paesi dominanti, essere liberi di scegliere i propri amici e alleati internazionali. La posizione emersa a Bandung viene chiamata del “non-allineamento” e divenne la bandiera della maggior parte degli Stati del Terzo mondo: questa posizione condannava tutte le forme di oppressione coloniale (nel Manifesto programmatico della Conferenza si legge che «il colonialismo in tutte le sue manifestazioni è un male a cui si deve porre fine al più presto» e che  «la dominazione e lo sfruttamento sono in contraddizione con la carta delle Nazioni Unite e sono di ostacolo allo sviluppo della pace e della cooperazione mondiale») e proponeva i Paesi non allineati come un nuovo soggetto della politica internazionale, distinto dai blocchi che si erano riuniti intorno a Usa e URSS.

Da sinistra: Shri Jawaharlal Nehru (India), Kwame Nkrumah (Ghana), Gamal Abdel Nasser (Egitto), Sukarno (Indonesia) e Josip Broz Tito (Jugoslavia); 5 leader della Conferenza di Bandung

Il non-allineamento non fu mai accettato di buon grado dagli Stati Uniti, che vi vedevano l’espandersi dell’influenza comunista o comunque di ideologie sovversive, contrarie ai propri interessi. Per questo si accrebbe l’attivismo – ufficiale e ufficioso – di varie agenzie americane governative o non governative, che elaborarono programmi rivolti a settori politici, economici e sociali dei Paesi del terzo Mondo che avevano intrapreso la strada della colonizzazione.

Chou En-lai (capo di governo cinese e capo della delegazione cinese a Bandung) e Dwight Eisenhower (presidente americano al tempo della Conferenza)

Se è complesso il fenomeno della decolonizzazione, non fu semplice il quadro che emerse in seguito alla conquista dell’indipendenza delle ex colonie. In estrema sintesi si può che:
1- la decolonizzazione non portò sempre alla formazione di nuovi Stati pacificati e democratici;
2- la fine del colonialismo ottocentesco dà origine a una nuova forma di colonialismo, detta neo-colonialismo;
3- si manifesta chiaramente il problema del sottosviluppo, causato dal colonialismo e divenuto anche dopo la decolonizzazione un grave limite per la crescita delle ex colonie, in particolare quelle africane.

Marcia a Washington per il primo African Liberation Day (1972): come per tanti altri fatti della storia recente, anche per i problemi della decolonizzazione l’opinione pubblica mondiale riuscì a suscitare dibattiti e interventi governativi

Per quanto riguardo il primo punto, le motivazioni furono molteplici. I nuovi Stati nati in Africa e in Asia avevano confini che non rispettavano le differenze nazionali, poiché erano il retaggio degli interessi coloniali europei e seguivano ancora le divisioni astratte fatte nell’Ottocento (ad esempio nel Congresso di Berlino del 1884-1885), quando l’Europa aveva consolidato il possesso dei territori africani e asiatici.
Vi furono di conseguenza nuove guerre per il possesso di territori rivendicati da più Stati o per confini non definiti.
Uno dei principali fu quello, tuttora irrisolto, tra India e Pakistan, i due Stati nati nel 1947 dalla colonia inglese dell’India: il Pakistan riunì le regioni a maggioranza musulmana, l’India quelle a maggioranza induista. Vi fu però un conflitto per il controllo del Kashmir, una regione abitata in prevalenza da musulmani, ma il cui maharajah (sovrano) scelse l’unione all’India. Dalla guerra del 1947 l’India controlla la parte meridionale, più fertile, del Kashmir, il Pakistan quello settentrionale. Entrambi gli Stati però rivendicano il possesso di tutta la regione e tale contrasto portò ad altre due guerre (1965 e 1971).

Ancor oggi il Kashmir è soggetto a tensioni, che sfociano periodicamente in scontri e tafferugli per le strade della regione pattugliate dalla polizia

Altre guerre interne ai nuovi Stati nati dalla decolonizzazione furono provocate dagli interessi economici degli Stati europei o degli Usa: fu ad esempio il caso della ribellione del Katanga, la regione del Congo più ricca di risorse minerarie (1960-1963), che portò all’assassinio di Patrice Lumumba, il primo ministro democraticamente eletto del Congo belga che aveva da poco ottenuto l’indipendenza. Lumumba venne ucciso da mercenari bianchi e il nuovo Stato passò nelle mani del generale Mobutu, sostenuto da Belgio e Usa, dando vita a una dittatura che gli permise di arricchirsi enormemente con denaro dello Stato e di calpestare tutti i diritti umani nel suo Paese, che volle ribattezzare Zaire.

A sinistra Patrice Lumumba poco prima di essere ucciso dai secessionisti del Katanga; a destra Mobutu. Il primo è divenuto eroe nazionale e simbolo universale di libertà, il secondo archetipo del dittatore africano

Un altro elemento importante nei postumi della decolonizzazione fu il fatto che essa produsse in alcuni casi delle spietate dittature militari o civili, spesso sul modello degli Stati comunisti, o proprio in opposizione ai modelli comunisti che si cercava di instaurare. Ad esempio in Indonesia, dove il capo carismatico della lotta per l’indipendenza Akmed Sukarno, sempre più legato al Partito comunista locale, e per questo avversato dagli Stati Uniti, non riuscì a controllare l’opposizione delle forze armate, che nel 1965 compirono un colpo di Stato militare, guidate dal generale Suharto, cui seguì una sanguinosa repressione contro i comunisti e la minoranza cinese, che provocò più di 500.000 vittime.
O, per fare un altro esempio, in Cambogia, legata alla Cina, dove i Khmer rossi, guidati da Pol Pot, instaurarono un regime apertamente terroristico, responsabile del genocidio di alcuni milioni di cambogiani (il numero esatto è sconosciuto, ma secondo alcuni si arriva sino a 3.300.000 persone), in nome di un comunismo «puro e duro», che avrebbe dovuto dar vita a una società di uguali e felici su questa terra.

Il genocida Pol Pot e una dei milioni di vittime dei khmer rossi in Cambogia

Per quanto riguarda il secondo punto più sopra indicato, cioè la nascita di quello che viene chiamato neocolonialismo, va detto che la fine del dominio formale delle potenze europee o di quella statunitense negli Stati africani e asiatici comportò dei nuovi legami di subordinazione, che vedevano le ricchezze nazionali ancora sfruttate a vantaggio del capitalismo europeo-americano o di una ristretta classe dominante locale, legata (mediante corruzione e alleanze militari) al capitalismo delle ex metropoli coloniali.

Una vignetta satirica inglese sul neocolonialismo

Infine, la decolonizzazione rese evidente un concetto e un fatto, quello del sottosviluppo, che interessò (e ancora interessa) soprattutto l’Africa. Il sottosviluppo non è solo povertà economica, ma anche incapacità di controllare i fenomeni nuovi che si registrano dopo il secondo conflitto mondiale: l’apertura delle economie dei vari paesi al commercio internazionale e agli investimenti stranieri, il forte inurbamento, la gestione del potere da parte di ristrette classi locali, pronte a farsi corrompere e a chiedere di essere corrotte.
Così, per descrivere il sottosviluppo si usano questi elementi: la bassa produttività agricola e industriale, l’esiguo reddito pro capite, il forte incremento demografico, gli alti indici di mortalità infantile, deficit alimentare, debito estero, analfabetismo, la carenza di servizi e infrastrutture, la dipendenza dalle esportazioni di materie prime. Tant’è che se per misurare il grado di sviluppo di uno Stato si usava inizialmente il PIL (prodotto interno lordo), dal 1990 si è passati all’indice di sviluppo umano (ISU, o HDI, acronimo per Human Development Index), che tiene conto della media del PIL pro capite (espresso in «dollari internazionali», cioè in termini di parità di potere d’acquisto), della speranza di vita alla nascita e del livello medio d’istruzione.

Rifugiati congolesi in Burundi (2012): le condizioni di sottosviluppo in cui versano ancora numerose popolazione africane, sono la causa di gravi problemi che segnano il nostro tempo






venerdì 13 ottobre 2017

97 Una premessa alla storia recente



Il nuovo “ordine mondiale” che si formò nella seconda metà del XX secolo, portò alla ribalta Stati e continenti che affrontarono in modi diversi la supremazia secolare dell’Europa e il primato raggiunto dagli Stati Uniti d’America. Gli avvenimenti di questo periodo sono molteplici e soltanto per motivi di sintesi si possono elencare i fatti di rilievo maggiore:
- la decolonizzazione in Asia e in Africa, ossia il raggiungimento dell’indipendenza delle colonie europee in questi due continenti;
- l’affermarsi della Cina comunista;
- la rivoluzione cubana;
- lo scontro tra due visioni del mondo (quello comunista dell’URSS e quello democratico degli USA) che ha preso il nome di guerra fredda e che toccò proprio a Cuba il punto più preoccupante;
- le guerre “locali” (ad esempio in Corea e in Vietnam), così chiamate perché interessarono aree ristrette del mondo, ma che avevano alle spalle i contrasti tra le due superpotenze;
- il problema palestinese, determinato dalla creazione dello Stato di Israele;
- le dittature in America latina e in Africa.


Alcuni dei protagonisti della storia della seconda metà del XX secolo

A questi fatti vanno aggiunti i nuovi problemi che un mondo in così rapido mutamento ha portato con sé:
- l’interesse ecologico, nato anche dal pericolo rappresentato dalla minaccia atomica;
- la richiesta di diritti umani per quella parte della società che non ne aveva, o ne aveva in misura minore (i bambini, le donne, le minoranze razziali, le persone con orientamento sessuale diverso da quello maggioritario);
- la crescita economica che ha portato in pochi decenni alla globalizzazione dei mercati;
- l’accrescersi periodico delle differenze di benessere tra Nord e Sud del mondo, che è alla base di quel problema enorme dell’inizio del Terzo millennio che è l’emigrazione di milioni di persone;
- la formazione di gruppi terroristici che a vario livello hanno insanguinato gli ultimi decenni;
- i cambiamenti nella vita quotidiana di popoli interi, dovuti all’affermarsi di nuovi mezzi di comunicazione, a una maggiore istruzione, a nuove conoscenze mediche e scientifiche, a un progressivo allargamento dei diritti civili.


Alcuni avvenimenti della seconda metà del XX secolo

Sono tanti aspetti della storia recente, che vanno analizzati ad uno ad uno e che, però, vanno visti anche nei loro rapporti continui, nel loro costante interscambio politico, economico, sociale, culturale.
Le prossime lezioni saranno dedicate a questi singoli avvenimenti. Essi sono ancora troppo recenti per permetterne una descrizione oggettiva, scevra da interessi personali, convincimenti ideologici, interpretazioni culturali: ma questo è un problema che riguarda tutta la storia, anche quella più remota.



venerdì 30 giugno 2017

96 L'Italia del secondo dopoguerra


Dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazista (giugno 1944) l’Italia, ancora monarchica, aveva già annunciato le elezioni a guerra finita di un’assemblea costituente, incaricata di elaborare una nuova carta costituzionale; ciò era la premessa della creazione, dopo vent’anni di dittatura fascista, di uno Stato democratico, formato da tutte le diverse forze politiche operanti in Italia. Il compito era gravoso e la creazione di un sistema democratico era tutta da inventare, significativo era stato già nell’aprile 1944 un discorso di Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, che è passato alla storia come «la svolta di Salerno» e che auspicava la collaborazione dei comunisti a un governo di coalizione con tutte le forze democratiche.
Il primo governo italiano dopo la guerra nacque il 21 giugno 1945, sulla base appunto di un accordo che includeva i comunisti, i socialisti, i democristiani, i liberali, gli azionisti e i democratici del lavoro, ossia i vari partiti riformatisi dopo il fascismo; venne detto “governo di unità nazionale” ed era guidato da uno dei capi della Resistenza antifascista, Ferruccio Parri, del Partito d’Azione. Durò poco, per una serie di motivi tra cui le difficoltà economiche di un paese in cui la maggioranza degli abitanti non aveva se non lo stretto necessario per la sopravvivenza e a volte neanche quello.

Palmiro Togliatti (a sinistra) e Ferruccio Parri

Il 10 dicembre 1945 Parri venne sostituito da Alcide De Gasperi, leader della Democrazia Cristiana (DC), un nuovo partito popolare di impronta cattolica, dopo quello che era stato sciolto dal fascismo nel 1926. De Gasperi ottenne il consenso dei ceti intermedi rurali e urbani, timorosi di cambiamenti radicali nelle istituzioni e impauriti dai partiti di massa di sinistra (socialisti e comunisti).
Il governo De Gasperi stabilì le elezioni per una Assemblea Costituente e per un referendum che permettesse agli italiani di scegliere se continuare a vivere in una monarchia, o se passare a una repubblica. Così il 2 giugno 1946 si tennero per la prima volta dopo vent’anni di dittatura fascista delle libere votazioni, le prime a suffragio realmente universale: per la prima volta anche le donne poterono esercitare il diritto di voto.

La scheda su cui gli italiani votarono il referendum del 2 giugno 1946

Gli italiani scelsero la Repubblica (12.717.923 voti contro 10.719.284), ma non ovunque allo stesso modo: il Centro e il Nord, dove il livello di istruzione era più alto e la Resistenza si era sviluppata di più, votarono per la repubblica, il sud per la monarchia. Il re Vittorio Emanuele III, percependo l’ostilità della maggioranza degli italiani nei suoi confronti, nel maggio 1946 aveva abdicato in favore del figlio Umberto II, ma ciò non bastò a salvare la monarchia; gli italiani imputavano al re di essersi dissociato dal fascismo e dalla sua scelta di entrare in guerra troppo tardi e, in più, di avere dimostrato con la fuga dell’8 settembre 1943 una scarsa dignità.

Anna Iberti, una milanese di 24 anni, in una celebre foto di Federico Patellani scattata nel giugno 1946 per la vittoria della Repubblica nel referendum

All’interno dell’Assemblea Costituente ottennero più voti tre partiti: la Democrazia Cristiana, che ebbe 207 seggi; i Socialisti (la cui sigla era PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), con 115 seggi; il Partito Comunista Italiano (PCI), con 104 seggi. Vi era perciò un certo equilibrio tra lo schieramento di centro-destra (DC) e quello di sinistra (PSIUP e PCI). Accanto a questi partiti di massa erano presenti alcune forze minori che si richiamavano alla tradizione liberale.
Tra il 1946 e il 1947 l’Assemblea Costituente preparò la nuova Costituzione della Repubblica Italiana, che venne approvata nel dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

Il primo Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma la Costituzione italiana il 27 dicembre 1947, alla presenza di Alcide De Gasperi (il primo a sinistra) e di Umberto Terracini (ultimo a destra)

La Costituzione nacque dall’accordo di tutte le forze politiche presenti nell’Assemblea Costituente: esse avevano posizioni molto diverse, ma gli articoli vennero quasi sempre approvati con il voto di una larga maggioranza.
Questo accordo fu possibile perché i diversi partiti, nonostante le loro differenze, avevano in comune l’esperienza della guerra, della Resistenza e dell’antifascismo: la Costituzione italiana perciò si ispirò agli ideali di libertà e di uguaglianza che il fascismo aveva sempre negato e la Resistenza aveva difeso.
La Costituzione stabiliva i diritti e i doveri dei cittadini, ristabilendo le libertà che erano state eliminate dal fascismo: la libertà personale, la libertà di opinione, di riunione e di associazione, le garanzie giudiziarie (relative al giudizio in tribunale).
La Costituzione fissava anche l’ordinamento dello Stato: l’Italia diveniva una repubblica parlamentare, in cui il Parlamento era al centro della vita politica. Infatti il presidente della Repubblica veniva eletto dal Parlamento e anche il governo doveva ottenere la fiducia del Parlamento.
La Costituzione istituiva anche una Corte Costituzionale, con il compito di eliminare le leggi, risalenti perlopiù all’epoca fascista, che non erano in accordo con la Costituzione.

Fascicolo originale della Costituzione Italiana con le firme di De Nicola, De Gasperi e Terracini

Fino al 1947 il governo fu formato dai rappresentanti di tutti i partiti antifascisti: continuarono ad esserci, perciò, una serie di “governi di unità nazionale”, che riunivano partiti dalle posizioni molto diverse, sia sui rapporti internazionali, sia sulle scelte economiche interne. E intanto la popolazione, in prevalenza contadina, continuava a fare i conti con le proprie difficoltà economiche ed esprimeva il proprio malcontento con forti tensioni sociali in varie parti d’Italia.
Ad esempio nell’aprile 1947 si tennero in Sicilia le elezioni regionali, che videro la vittoria della sinistra ma anche una buona affermazione di diverse liste di destra. Dieci giorni dopo, il 1° maggio, gli uomini della banda del bandito Salvatore Giuliano, per ordine della mafia siciliana e dei politici ad essa legati, spararono sui lavoratori che si recavano in corteo pacifico a Portella della Ginestra (una località vicina a Palermo), uccidendone undici e ferendone una trentina.

Il Memoriale della strage di Portella della Ginestra

I governi di unità nazionale erano malvisti dagli Stati Uniti, dalla Chiesa e da una parte consistente della popolazione, perché al suo interno vi erano le forze della sinistra. Nel 1947 Alcide De Gasperi riuscì a formare un governo di centro, che escludeva socialisti e comunisti.
Alle elezioni del 18 aprile 1948 vi fu una netta vittoria della Democrazia Cristiana (ottenne il 48% dei voti), appoggiata dagli Stati Uniti, che fornivano gli aiuti del Piano Marshall, e dalla Chiesa cattolica, che fece un’intensa opera di propaganda in tutte le parrocchie; per la prima volta dopo il ventennio fascista a queste elezioni si presentò anche un partito (il Movimento Sociale Italiano, MSI), che si richiamava apertamente al fascismo. Il parlamento che si formò in seguito alle elezioni del 1948 elesse come Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, al posto di Enrico De Nicola, che era stato capo provvisorio dello Stato all’indomani delle elezioni del 1946.

Manifesti e striscioni elettorali per le elezioni del 1948

Le elezioni del 1948 non eliminarono le tensioni sociali, che proseguirono il 14 luglio con l’attentato da parte di uno studente di destra a Palmiro Togliatti, ferito gravemente da alcuni colpi di rivoltella. Ciò nonostante da allora e per quasi vent’anni la Democrazia Cristiana governò da sola, o con alcuni partiti minori di centro-destra.
I governi democristiani non attuarono mai profonde riforme e rimase perciò forte lo squilibrio esistente tra le diverse regioni, in particolare tra l’Italia nord-occidentale, più industrializzata, e quella meridionale, in prevalenza agricola e molto povera. Inoltre molte norme della Costituzione non vennero attuate e l’Italia rimase uno Stato molto accentrato.

Togliatti portato in ospedale dopo l’attentato




martedì 27 giugno 2017

95 Il mondo dopo la Seconda guerra mondiale


La Seconda guerra mondiale, al prezzo di tremende distruzioni umane e materiali, diede origine a un nuovo “ordine mondiale”, che durò per circa mezzo secolo, fino al 1989-1991. Questo nuovo ordine si caratterizza per 3 aspetti fondamentali:
1- il venir meno della plurisecolare centralità europea negli equilibri mondiali;
2- l’emergere di due nuovi centri di potenza e di egemonia planetaria, gli USA e l’URSS, che furono alleati solo finché fu necessario combattere contro il comune nemico nazifascista;

Due manifesti della Coca Cola degli anni Quaranta-Cinquanta; l’Europa occidentale, legata agli USA, conobbe dopo la guerra un grande sviluppo economico e si americanizzò

3- la crisi e poi la dissoluzione dei grandi imperi coloniali europei (il fenomeno viene chiamato “decolonizzazione”), che fece emergere la complessa realtà di quello che venne chiamato “Terzo mondo” (la definizione venne coniata nel 1952 dall’economista francese Alfred Sauvy, per indicare tutti quei Paesi, soprattutto dell’America latina, dell’Africa, di parte dell’Asia e dell’Oceania, che erano accomunati da un passato di dipendenza coloniale, dall’arretratezza e dalla soggezione economica agli Stati industrializzati).
La definizione delle nuove frontiere fu faticosa: furono necessari lunghi negoziati (a Londra nel settembre 1945, a Mosca nel dicembre dello stesso anno, a Parigi nel luglio 1946), che avvennero in un clima di reciproci sospetti. Soltanto il 10 febbraio 1947 furono firmati i trattati che riguardavano gli Stati satelliti dell’Asse (Italia, Bulgaria, Romania, Finlandia), mentre per la Germania non si riuscì a trovare una soluzione diversa da quella dell’occupazione militare già sancita alla fine della guerra.
Mentre la Seconda guerra mondiale era ancora in corso (26 giugno 1945), i Paesi alleati (USA, Gran Bretagna, URSS e Cina) decisero di creare una Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che avrebbe dovuto mantenere la pace nel mondo, evitando lo scoppio di altre guerre; inizialmente vi aderirono 49 Paesi.

La conferenza per la fondazione dell’ONU a San Francisco (26 giugno 1945)

All’interno dell’ONU le decisioni spettavano a due organismi: l’Assemblea generale, in cui ogni stato aveva un rappresentante con diritto di voto, e il Consiglio di sicurezza, che comprendeva quindici membri, dieci eletti a rotazione e cinque permanenti. I cinque membri permanenti erano i rappresentanti delle potenze vincitrici della guerra (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia, Cina), che si attribuirono un diritto di veto: con il loro voto contrario potevano bloccare ogni decisione.
Il compito di mantenere la pace si rivelò molto difficile, perché ai diversi motivi di conflitto già presenti nel mondo, si aggiunse il contrasto tra le due grandi potenze: gli USA e l’URSS, i due Stati militarmente più forti, in grado di intervenire in tutti i continenti.

Nella Piazza Rossa di Mosca si festeggia la fine della guerra (maggio 1945)

I due Paesi non erano in realtà potenze di pari livello: l’Unione Sovietica aveva perso, oltre a 20 milioni di cittadini, il 40% delle proprie risorse industriali. Pressata dalla necessità di ricostruzione interna, le sue entrate nazionali erano meno del 30% di quelle statunitensi. Al contrario, gli USA erano usciti dal conflitto con tutte le proprie risorse economiche non solo intatte, ma anzi notevolmente cresciute: la loro produzione nel 1945 era il doppio di quella del 1939, il reddito nazionale complessivo era aumentato del 75%, i salari erano raddoppiati, gli impianti industriali erano stati rinnovati, la disoccupazione era pressoché scomparsa. La preoccupazione maggiore per gli Stati Uniti era quella di smerciare le eccedenze produttive accumulate durante la guerra: a chi venderle in un mondo impoverito ed estenuato dal conflitto?
I rapporti tra USA e URSS divennero ben presto pessimi, perché oltre alle profonde differenze economiche esistenti tra i due Stati, c’erano anche quelle politiche: l’URSS era uno Stato comunista, in cui l’iniziativa privata era proibita e ogni dissenso interno represso (ad esempio con la detenzione nei gulag siberiani); gli USA erano uno Stato democratico a economia mista, in cui l’iniziativa privata aveva pochissimi limiti.

Il gulag di Vorkuta: negli anni Quaranta e Cinquanta i gulag staliniani non furono soltanto luoghi di detenzione, ma fornirono manodopera coatta per la ricostruzione dell’URSS

Gli USA temevano un’espansione del comunismo nel mondo, che avrebbe minacciato gli interessi economici degli USA e rafforzato la posizione dell’URSS. L’URSS invece cercava di favorire la creazione di governi comunisti in altri Stati, per mettere fine al suo isolamento e indebolire gli USA. La profonda ostilità tra i due Stati, chiamata guerra fredda, non portò mai a una guerra mondiale, che avrebbe probabilmente distrutto gran parte dell’umanità, ma ad una serie di interventi economici e militari da parte delle due grandi potenze in tutti i continenti e a guerre locali, come quella di Corea.
La guerra fredda ebbe profonde conseguenze in Europa: tra il 1945 e il 1947 le scelte politiche dell’URSS e degli USA imposero una netta separazione tra l’Europa orientale, sotto controllo sovietico, e quella occidentale, legata agli USA. A causa di questa divisione, che il primo ministro britannico, Winston Churchill, chiamò “cortina di ferro” (1946), si formarono in Europa due blocchi contrapposti.
Nell’Europa orientale l’Unione Sovietica favorì la conquista del potere da parte dei partiti comunisti: si formarono così governi che non lasciavano nessuna libertà ai cittadini. Di fatto i Paesi dell’Europa orientale si trovarono a dipendere completamente dall’URSS.

Membri della Gioventù Comunista portano una gigantografia di Stalin nella sfilata del 1 maggio 1950 nel settore russo di Berlino

Anche nell’Europa occidentale vi era stata una forte espansione dei partiti comunisti, che erano spesso stati i più attivi nella Resistenza, ed essi entrarono nel governo di molti Paesi (Francia, Italia, Belgio, ecc.). Gli USA però esercitarono una forte pressione sui governi dell’Europa occidentale, affinché i comunisti venissero esclusi dal governo e questo avvenne in diversi Stati europei nella primavera del 1947.

La ricostruzione di Berlino Ovest nella seconda metà degli anni Quaranta avvenne con l’aiuto americano del Piano Marshall (foto del 1949)

Gli Stati Uniti trovarono un alleato prezioso in questa operazione politica nel Piano Marshall. In un’Europa che doveva affrontare il problema della ripresa economica e della ricostruzione materiale (cosa che fece in modi diversi – per esempio con il «cambio della moneta», che comportò la consegna obbligatoria di tutte le banconote di vecchio tipo in cambio di una somma massima, come avvenne in Belgio; oppure, per fare un altro esempio, con le nazionalizzazioni avvenute in Gran Bretagna riguardanti la Banca d’Inghilterra, l’aviazione civile, le società minerarie, la siderurgia, l’elettricità, il gas, i trasporti, le comunicazioni), gli USA avevano deciso già alla fine del 1943 di distribuire aiuti alla popolazione civile degli Stati alleati, con la costituzione dell’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration). Questi aiuti vennero poi estesi alle popolazioni degli Stati ex-nemici e nel giugno 1947 l’UNRRA venne sostituita dal Piano Marshall, così chiamato dal nome del generale George C. Marshall che in quell’anno era stato nominato Segretario di Stato americano. Attraverso tutta una serie di Atti e di Organismi gli USA misero a disposizione dell’Europa 6 miliardi di dollari per quattro anni: tra il 1948 e il 1952 i Paesi europei ottennero oltre 13 miliardi di dollari, che permisero la ricostruzione in Europa ed estesero l’influenza politica degli USA.

Il logo del Piano Marshall e una foto del generale George C. Marshall

La guerra fredda portò alla formazione di due alleanze (o blocchi) militari contrapposte: gli Stati Uniti e molti Stati dell’Europa occidentale (tra cui Italia, Francia, Regno Unito) costituirono la NATO (North Atlantic Treaty Organization: Organizzazione del patto del Nord Atlantico, 1949); qualche anno dopo l’URSS e i Paesi comunisti dell’Europa orientale, Jugoslavia e Albania escluse, diedero vita a un’organizzazione opposta, il Patto di Varsavia (1955).

Il presidente statunitense Harry Truman firma il patto nordatlantico creando la NATO (4 aprile 1949)

In questo periodo le due grandi potenze investirono moltissimo nella ricerca di nuove armi: circa il 25% della spesa mondiale in ricerca e sviluppo venne assorbito dal settore militare. Vennero realizzate armi sempre più distruttive: ad esempio le bombe all’idrogeno, inventate nel 1952, erano circa mille volte più potenti della bomba di Hiroshima, che aveva provocato 100.000 morti.

Il fungo causato dall’esplosione della prima bomba all’idrogeno (1 novembre 1952) nell’atollo Enewetak (Isole Marshall)



venerdì 23 giugno 2017

94 Le conseguenze della Seconda guerra mondiale - Le foibe


Alba del 2 maggio 1945: il soldato russo Alexei Kovalyov issa la bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino. La foto è divenuta il simbolo della fine della Seconda guerra mondiale

La situazione dell’Europa al termine della Seconda guerra mondiale, nell’estate del 1945, era tragica: le battaglie, i bombardamenti, gli stermini nei lager, le carestie, avevano provocato più di cinquanta milioni di morti. Il prezzo più pesante in termini di vite umane fu pagato dall’Unione Sovietica, con circa 20 milioni di vittime, di cui oltre 13 milioni soldati e 7 milioni civili; seguivano la Cina con oltre 10 milioni e la Polonia con 6 milioni (il 22% della popolazione, la percentuale più alta in assoluto). Germania e Giappone ebbero rispettivamente 5 e 1 milione e 800.000 morti, la Jugoslavia 1 milione e 700.000, la Francia 400.000, il Commonwealth britannico oltre 500.000, l’Italia circa 300.000, gli Stati Uniti poco meno di 300.000 (solo militari).
La popolazione viveva in condizioni di miseria: milioni di persone non avevano più una casa; moltissime fabbriche erano state distrutte e mancava il lavoro; le vie di comunicazione erano interrotte. I sopravvissuti spesso soffrivano la fame: nell’inverno del 1945-1946, e in Germania anche negli anni seguenti, si moriva di fame.

Berlino 1945: rifugiati tra le rovine del settore sovietico (foto di Robert Capa)

Le condizioni di pace furono stabilite dalle potenze vincitrici: gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, e, in misura molto minore, l’Inghilterra e la Francia.
Si ebbero molti cambiamenti di confine nell’Europa orientale, dove l’Unione Sovietica recuperò quasi tutti i territori persi al termine della Prima guerra mondiale, comprese le repubbliche baltiche. La Germania perse tutti i suoi territori orientali, che passarono alla Polonia.
La Germania e l’Austria, come pure le loro capitali (Berlino e Vienna), furono divise in zone d’occupazione, assegnate a Stati Uniti, Unione Sovietica, Inghilterra e più tardi Francia: solo nel 1955 ebbe termine ogni forma di occupazione.
I cambiamenti di confine furono accompagnati da grandi spostamenti di popolazione. Molti cittadini tedeschi dell’Europa orientale fuggirono all’arrivo dell’esercito sovietico, temendo rappresaglie per le stragi che l’esercito tedesco aveva effettuato in Russia. Dopo la guerra, i tedeschi presenti in tutte le zone cedute alla Polonia e alla Russia furono espulsi: in dieci milioni furono costretti a lasciare le loro case, senza poter portare con sé quasi nulla. Molti morirono durante il viaggio o al loro arrivo in Germania. I territori lasciati dai tedeschi furono popolati da russi e polacchi: questi ultimi avevano a loro volta abbandonato i territori passati all’Unione Sovietica. Al termine di questi spostamenti oltre venticinque milioni di persone avevano lasciato le loro terre.

Rifugiati tedeschi assalgono un treno che lascia Berlino dopo la Seconda guerra mondiale

L’Italia, oltre a dover cedere alla Francia piccole aree di confine, perse vasti territori che vennero ceduti alla Jugoslavia: tutta l’Istria (compresa la costa, abitata in prevalenza da italiani), Fiume e Zara, entrambe città italiane, e buona parte della Venezia Giulia, abitata da sloveni.
In Istria durante la guerra vi erano state diverse violenze, sia da parte di fascisti e tedeschi, sia dal movimento di liberazione jugoslavo. Nel settembre del 1943, in seguito alla caduta del governo fascista, il movimento di liberazione jugoslavo, comunista, prese il potere in Istria e tra il settembre e l’ottobre diverse centinaia di persone, forse 500-700, furono uccise. Successivamente i reparti tedeschi riportarono la regione sotto il loro controllo, con una serie di azioni di rastrellamento e bombardamenti, che causarono molte migliaia di morti.

Miliziani ustascia, collaborazionisti degli occupanti italiani e tedeschi, in posa sui cadaveri di partigiani jugoslavi appena uccisi (foto del 1943)

Nel maggio 1945, al termine della guerra, il movimento di liberazione jugoslavo prese nuovamente il potere nella Venezia Giulia e vi furono nuove violenze e processi sommari, come nelle altre regioni dell’Italia settentrionale, da poco liberate. Furono arrestate molte migliaia di persone, alcune delle quali vennero uccise immediatamente, spesso senza processo, altre vennero incarcerate o deportate nei campi di concentramento sloveni, come il campo di Borovnica, dove le condizioni di vita non erano migliori di quelle dei lager tedeschi. In questo secondo periodo, tra maggio e giugno del 1945, le vittime furono molto più numerose, probabilmente 4 o 5.000.
Alcune delle vittime, una minoranza, furono gettate nelle grandi cavità sotterranee presenti in tutta la regione, le foibe: le foibe sono ancora oggi il simbolo dei massacri compiuti nella regione al termine della guerra.

Si recuperano cadaveri in fondo a una foiba

Vittime di queste due ondate di violenza e in particolare della seconda non furono soltanto i fascisti e i collaboratori del fascismo. I partigiani jugoslavi colpirono soprattutto coloro che avrebbero potuto opporsi all’instaurazione di uno Stato comunista e all’unione della Jugoslavia: furono perciò uccisi i membri del CLN di Trieste e Gorizia, perché per i comunisti sloveni l’intera Resistenza italiana non comunista costituiva un ostacolo alla realizzazione di uno Stato comunista. Le vittime furono soprattutto italiani, perché coloro che volevano mantenere la regione unita all’Italia erano considerati nemici da eliminare, ma anche numerosi croati e sloveni anticomunisti furono eliminati in quei giorni.
Questi episodi di violenza spinsero molti italiani a fuggire, per paura di venire uccisi; quelli che rimasero nei territori passati alla Jugoslavia subirono minacce e intimidazioni di ogni tipo e ben presto divenne evidente che le loro condizioni di vita sarebbero state molto difficili, perché il governo jugoslavo voleva cancellare la presenza italiana, a lungo dominante nell’area sia economicamente, sia culturalmente. Poiché il trattato di pace prevedeva la possibilità di emigrare in Italia, moltissimi decisero di andarsene: di fatto l’esodo cancellò quasi completamente la comunità italiana in Istria, presente da secoli.

Dislocazione delle principali foibe nella regione che costituiva un’area sotto controllo tedesco, chiamata Litorale Adriatico (i confini sono quelli del 1945)

La Seconda guerra mondiale portò a una profonda divisione dell’Europa, stabilita già prima della fine della guerra, con la conferenza di Jalta, sul Mar Nero (febbraio 1945), tra Stalin, Churchill e Roosevelt. Si decise che Germania e Austria sarebbero state sottoposte a zone d’influenza diverse e lo stesso sarebbe stato fatto per l’intera Europa: infatti, al termine della guerra, l’Europa orientale, liberata dall’esercito sovietico, passò sotto il controllo dell’URSS; quella occidentale, liberata dagli eserciti alleati, passò sotto l’influenza degli USA.
A Jalta si prese una decisione analoga per la Corea, che venne divisa in due zone sotto il controllo dell’URSS e degli USA.

I «tre grandi» alla conferenza di Jalta; da sinistra, Churchill, Rossevelt e Stalin

Se a Jalta, spinti dall’obiettivo di mettere fine alla guerra, i «tre grandi» riuscirono a concludere importanti accordi internazionali, finita la guerra e morto Roosevelt, che fungeva da mediatore delle istanze alleate, emersero rapidamente i contrasti tra USA, URSS e Gran Bretagna. Nella conferenza di Potsdam (estate 1945) si decise che la Germania venisse divisa in due Stati diversi: così la Germania occidentale divenne nel 1949 la Repubblica Federale Tedesca (RFT), legata agli USA; la Germania orientale divenne la Repubblica Democratica Tedesca (RDT), controllata dall’URSS. Erano le premesse per l’avvio della guerra fredda.

Cartine con le divisioni a cui fu sottomessa la Germania

Un altro fatto importante che accadde al termine della guerra fu l’istituzione di un tribunale internazionale per punire i criminali di guerra tedeschi. La decisione venne presa a Londra l’8 agosto 1945 e portò ai processi di Norimberga: in questa città, scelta perché teatro delle grandi adunate nazionalsocialiste e perché qui vennero emanate le leggi razziali del 1935, fra l’autunno 1945 e l’autunno 1946 si riunì una corte composta da giudici militari dei Paesi alleati (compresa la Francia), che giudicò i maggiori esponenti e le organizzazioni del regime nazista.

I giudici e la corte del tribunale internazionale alleato che giudicò i criminali di guerra nazisti a Norimberga

Fu giudicata di per sé criminale e punibile l’appartenenza alla direzione del partito, alla Gestapo, al servizio di sicurezza e alle SS; i capi d’accusa furono la cospirazione e i crimini contro la pace (ossia «lo scatenamento o il perseguimento di una guerra di aggressione o in violazione dei trattati»), i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità (ossia «l’uccisione, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione o ogni altro atto disumano commesso contro qualsiasi popolazione civile prima o durante la guerra», comprese le persecuzioni per motivi razziali, religiosi o politici). I processi di Norimberga portarono alla condanna per impiccagione di 12 imputati (fra cui Göring che morì suicida prima di salire sul patibolo), all’ergastolo per altri tre, a pene detentive per altri ancora e al proscioglimento per altri.
Al più celebre dibattimento contro i capi nazisti, seguirono altri dodici processi condotti dagli USA contro alcuni responsabili di crimini nazisti, che si conclusero solo nel 1949. I processi di Norimberga suscitarono numerose polemiche per le scelte giuridiche che vi vennero prese. Tant’è che molti dei criminali nazisti in seguito giudicati in Germania o all’estero vennero poi assolti o i loro reati caddero in prescrizione (cioè furono considerati non più giudicabili). Con l’inizio della guerra fredda gli stessi alleati favorirono un certo “oblio” degli eventi bellici e non vennero più istituiti tribunali internazionali per giudicare quanto era accaduto durante la Seconda guerra mondiale.

Alcuni imputati ai processi di Norimberga